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giovedì 22 novembre 2012

Recensione di "Narciso e Boccadoro" (Herman Hesse) - 3a liceo


Riassunto
“Narciso e Boccadoro”, scritto nel 1930 da Hermann Hesse, è un romanzo storico ambientato agli inizi del XIV secolo in Germania che vede come protagonisti Boccadoro e il suo mentore Narciso.
Essi si incontrano per la prima volta nelle prime pagine nel convento di Mariabronn, uno da scolaro sedicenne, l’altro da colto assistente dell’insegnante di greco: tra i due nasce quasi subito un legame che va oltre il contesto scolastico, e che giova particolarmente a Boccadoro il quale vede in Narciso una luce nella via verso la conoscenza teologica. L’equilibrio iniziale tuttavia si rompe in seguito a due fatti che segneranno il giovane: il bacio di una fanciulla, Lisa, incontrata al di fuori del convento, e la discussione di Narciso circa l’immagine negativa, plasmata da suo padre, che Boccadoro aveva della propria madre.
Sentendosi attratto dai piaceri che il mondo gli offriva, il giovane studente decide di abbandonare la vita religiosa per iniziare da nomade un viaggio per il territorio tedesco in cui incontrerà molte donne infatuatesi di lui (talvolta anche figlie di nobili signori), conoscerà ladri, goliardi e in particolare un maestro scultore che gli insegnerà il proprio mestiere.
Nel frattempo,circa nel 1348, è dilagata la peste bubbonica in Europa e l’ormai trentenne vagabondo assiste a scenari agghiaccianti di ebrei arsi vivi, famiglie morte nelle proprie case e gente viva solo fisicamente, ma che mentalmente era morta.
Boccadoro incontrerà nuovamente negli ultimi capitoli Narciso, chiamato da tempo “Padre Giovanni” dopo essere diventato abate, il quale riesce ad impedire l’impiccagione dell’amico per il reato di furto. Il libro si conclude con i due che giungono al convento dove si erano conosciuti, e lì Boccadoro intraprende il mestiere dell’artigiano che eserciterà fino alla morte, causata da una malattia contratta quando oramai è troppo vecchio per contrastarla.
Personaggi principali
·         Boccadoro: è il protagonista del romanzo attraverso il quale l’autore ci dipinge tramite le parole l’evoluzione del suo pensiero, della sua visione del mondo e dei suoi rapporti con gli individui. Dopo l’iniziale vita all’insegna delle virtù spirituali al fine di ricevere i voti una volta completato il suo percorso, viene spinto dall’amore adolescenziale nei confronti della zingara Lisa che però si concede a lui una sola notte per poi tornare da suo marito. In seguito egli sfrutterà il suo fascino per incantare ragazze come Lidia e Giulia, figlie di un cavaliere che lo aveva ospitato, Lena, Maria e molte altre: tali esperienze gli permettono di comprendere così bene i desideri e i comportamenti delle donne che egli crede che questo sia il proprio scopo nella vita. Qualunque suo pensiero è indirizzato all’immagine della madre che non ha mai visto, ed infatti, mentre è allievo di mastro Nicola, tenta di ricordare anche un minimo particolare di lei per riportarlo su carta o su creta, senza però riuscirci
·         Narciso: Boccadoro si affida a lui nella spiegazione delle Sacre Scritture e gli pone interrogativi di natura ontologica ed etica. E’ un giovane ed erudito insegnante di greco in grado di giudicare le persone dal loro modo di muoversi, dalle loro reazioni a determinate affermazioni, che nel conoscere Boccadoro capisce il vuoto della conoscenza materna presente in lui e perciò decide, seppur in modo un po’ brusco, di chiarirgli la realtà della situazione. Stabilisce inoltre la natura di entrambi, definendo sé stesso un pensatore, cioè colui che spiega la realtà attraverso logica (perciò in modo astratto), mentre il suo amico, ma lo dice solo alla fine, un artista, ossia colui che realizza un’opera allo scopo che gli altri percepiscano la sua visione del mondo attraverso i sensi.
·         Abate Daniele: punto di riferimento nel monastero di Mariabronn, è amato da tutti per la sua saggezza e per il suo temperamento.
·         Lisa: ragazza molto attraente, è la prima cotta di Boccadoro. Ella lo abbandona per tornare da suo marito spezzando così il cuore al giovane monaco.
·         Lidia: giovane di circa diciotto anni e figlia di un potente signore, è la prima fanciulla che non si concede a Boccadoro per rispetto degli ordini del padre.
·         Giulia: ragazza sedicenne, sorella minore di Lidia, all’inizio sembra essere il terzo incomodo, ma poi si dimostra  una manipolatrice. Cerca di sfruttare la sua bellezza per sedurre Boccadoro.
·         Nicola: è l’anziano maestro artigiano che insegna a Boccadoro la propria arte;  grazie a lui Boccadoro comprende quale fosse la sua vera natura, cioè quella artistica.
·         Agnese:  è la concubina di un conte con la quale Boccadoro si intrattiene, ma viene scoperto dal signore che lo condanna a morte. Il protagonista si salverà solo grazie all’intervento di Narciso.
Personaggi secondari
·         Vittore: vagabondo che si finge amico di Boccadoro per derubarlo.
·         Roberto: pellegrino timido e codardo che accompagna Boccadoro nel periodo in cui si diffonde la peste.
·         Elisabetta: figlia bellissima di mastro Nicola, morirà di peste.
·         Margherita: domestica della casa di Nicola.
·         Rebecca: ebrea di cui Boccadoro si interessa.
·         Maria: ragazzina che ospita Boccadoro nella sua casa. E’ innamorata di Boccadoro ma è consapevole che non sarà mai ricambiata per i suoi handicap fisici.
·         Lena: ragazza che si unisce a Roberto e Boccadoro, il quale prova per lei un amore che mai aveva provato prima. Morirà di peste.
·         Bless: è il cavallo con cui Boccadoro arriva a Mariabronn.
·         I ragazzi del monastero con i quali Boccadoro, una notte, scappa verso il villaggio per tornare nelle proprie stanze il mattino seguente.

Analisi
“Narciso e Boccadoro” è un romanzo storico perché presenta, oltre alla vicenda puramente fantastica, uno scenario coerente con la situazione socio-economica dell’Europa a cavallo della prima e della seconda metà del Trecento, che è definito appunto “secolo contraddittorio”: infatti alla prima parte in cui si presenta una società fiorente da un punto di vista culturale e artistico, si contrappone la seconda, in cui viene descritto il mondo dilaniato dalla peste e dalle carestie (defunti bruciati, ebrei perseguitati e messi al rogo, gente chiusa in casa, corpi usati per intaccare il morbo agli altri …).
Il narratore è esterno e le sequenze che prevalgono in questo scritto sono quelle descrittive/riflessive, alternate dalla presenza di narrazioni e dialoghi: l’autore intende evidenziare come si evolva il pensiero e la concezione del mondo di Boccadoro, in particolare il passaggio dalla vita monastica, in cui sono presenti anche latinismi come “amice” e la sintassi è articolata, alla vita del vagabondaggio, durante la quale il linguaggio del protagonista perde eleganza e prevale nelle sequenze dialogate la paratassi.
Inoltre sono alquanto ampie le descrizioni paesaggistiche che permettono di immaginare il luogo e il tempo del racconto.
Il lessico e la sintassi utilizzati da Herman Hesse non risultano di difficile comprensione, escludendo i già citati latinismi: per esempio, colui che non studia latino non sa che “amice” è il vocativo singolare di “amicus”, e perciò non sarebbe probabilmente in grado di inquadrarlo nella sua funzione logica.
Commento
Ho trovato il testo molto coinvolgente ed interessante: un ragazzo di sedici anni con tutti i suoi dubbi che decide di abbandonare una dimora sicura in cui può accrescere il suo livello culturale, ma che tuttavia lo preclude dalla sua reale dote, cioè un’eccezionale vena artistica.
Mi ha colpito come una persona gentile ed educata, vivendo una vita stravagante ed ai margini della povertà, possa letteralmente “trasformarsi” in un uomo freddo, insensibile e scorbutico come dimostrano i dialoghi tra Boccadoro e Roberto, i due omicidi e il piano per evadere dal carcere che prevedeva l’assassinio del confessore e l’appropriamento delle sue vesti per passare inosservato (quando però vide che sarebbe stato Narciso ad assolverlo dai peccati, rinunciò all’operazione).
Un altro elemento che si ripete più volte nel libro è la figura della madre, sconosciuta a Boccadoro che tenta di rappresentarla attraverso la scultura o la pittura, spesso attribuendole le sembianze della Madonna: probabilmente la radice del rapporto che egli avrà con le donne può essere ricercata nell’assenza di una figura materna e il tentativo perciò di sostituirla, senza però mai riuscirci.
Considero il romanzo molto stimolante e perciò lo consiglierei a chiunque abbia intenzione di conoscere la mentalità e i dubbi di un adolescente nel Medioevo ed il panorama storico dell’epoca.

Filosofia - Intervista impossibile tra Umberto Eco e Pitagora


(Le interviste impossibili, Bompiani, 1975, pp. 13-21)



Il silenzio di un meriggio meridionale. Lontano, la risacca del mare. Cani che abbaiano. A tratti, uno zufolo di canna. Pitagora ha l'accento pigro e pacato di un intellettuale del Sud che stia bevendo acqua e anice.

Eco - Buongiorno Maestro.
PITAGORA - Salute e armonia a te.
Eco - Pitagora ... Mi dà una certa emozione pronunciare questo nome, che fu sacro a molti, poiché Lei, Maestro, fu tenuto dai suoi discepoli in conto di divinità...
PITAGORA - Non a torto.
Eco - Vedo. Ragione di più... Dicevo: una certa emozione. Ma mi chiedo se per molti altri che ci ascoltano il suo nome non evochi soltanto memorie ingrate: la tavola pitagorica, il teorema di Pitagora...
PITAGORA - Perché ingrate? Si tratta di due piccole applicazioni, e mi turba quanto tu dici, che per molti la mia fama si sia identificata con questi artifici secondari. Ma anche in essi risplende l'armonia sublime del numero. Pensa alla tavola: una matrice elementare da cui puoi generare tutti gli sposalizi possibili tra numero e numero, dati una volta per tutte, senza tema di errore, perché la regola di questo quadrato magico è la stessa che regola l'armonia dell'universo, dal cerchio più ampio delle sfere celesti agli abissi dell'infinitamente piccolo.
Eco - La capisco, Maestro. Il suo pensiero è stato così semplice e limpido, che ancora oggi molti lo confondono con quattro banali regole di calcolo ad uso dei geometri o dei contabili.
PITAGORA - Noto una sfumatura di disprezzo nel modo in cui dici "geometri" e "contabili". Vi è forse occupazione più nobile di quella di coloro che misurano le mirabili simmetrie degli spazi o che moltiplicano, sottraggono, dividono e assommano i numeri?
Eco - No certo. Ma è che ai giorni nostri... Ma è difficile da spiegare, non so se Lei può cogliere... Mi chiedo anzi come non sia stupito di trovarsi qui, di fronte a me, a tanta distanza di tempo dai giorni in cui visse, in un mondo così incommensurabilmente diverso.
PITAGORA - Ti prego, uomo ingenuo! Tu stai parlando con Pitagora. Tu sai che la mia anima ha trasmigrato in molti corpi; tu sai che un tempo fui l'eroe Euforbo e che vedendo, secoli dopo, il mio scudo nel tempio di Apollo, lo riconobbi, e piansi. Il corpo, vedi, è come una tomba che trattiene il nostro spirito e 1o sottopone a numerose schiavitù; ma in esse vi è il principio della purificazione purché tu sappia piegare questo corpo al silenzio, all'astinenza, alla pratica del sacrificio, così che la mente possa librarsi nelle delizie della contemplazione. E dopo che di corpo in corpo avrai terminato il tuo cammino di redenzione, potrai contemplare, come ora a me accade, l'armonia del cosmo, e l'ammirevole concatenarsi dei tempi, così che il tuo presente non mi è cagione di gran stupore, come non ne fu il passato, entrambi derivando dalla calibrata e molteplice danza dei cicli cosmici. Ai tempi miei ho visitato l'Egitto, dove vi appresi i misteri coltivati da quei sacerdoti, e la Persia, e le Gallie, e Creta. Come vuoi che mi stupisca e riesca nuovo il tuo mondo?
Eco - E dopo questi viaggi, all'età di quarant'anni, Lei emigrò sulle coste italiche, a Crotone. Eravamo nel sesto secolo avanti Cristo. E qui Lei fondò la sua scuola. Adorato dai suoi discepoli (dicevano persino che Lei, divino, avesse un femore d'oro), accettavano una disciplina rigidissima, e solo gli eletti erano ammessi alla conoscenza dei misteri superiori della sua dottrina. Una comunità di tipo monastico, diremmo oggi, che ha prodotto pensatori che han diffuso le sue teorie in tutto il mondo antico. Cosa insegnava, Maestro, ai più fidi tra i fidi, laggiù a Crotone?
PITAGORA - Il numero, sostanza di tutte le cose.
Eco - In che senso, sostanza?
PITAGORA - Avrai sentito parlare di quei primi filosofi naturali che cercarono la spiegazione dei fenomeni del mondo non nell'immagine mendace degli dei, ma nel principio primo. Non erano sciocchi, avevano capito che conoscere significa trovare un unico principio che spieghi l'origine, il divenire e l'organizzarsi di tutte le cose esistenti. Solo che la loro mente era debole, la loro fantasia pesante, e cercarono questo principio primo negli elementi fisici, l'acqua, l'aria, il fuoco. Fui io che per primo compresi che il principio e la norma delle cose erano una sola forza, e questa forza era una forza matematica. Sono i principi matematici che regolano la vita dell'universo, che ne sono origine, legge, motivo di sussistenza e ragione di bellezza. Il numero è la sostanza delle cose.
Eco - Ma cosa significa questo. Che le cose sono numeri? O che le cose imitano i numeri? O che le cose sono regolate da numeri?
PITAGORA - Tu mi chiedi troppo. Alcuni hanno dovuto vivere all'ombra della mia verità per tutta una vita, per capire. E non sempre hanno capito. Al massimo hanno ripetuto. Dicevano, delle mie parole: "Autòs èfa - Ipse dixit - Lo ha detto il Maestro, non si discute." E nell'obbedienza, nell'umiltà, nasceva la conoscenza. E tu vuoi che di colpo ti sveli la verità? Piuttosto, guarda questa figura.
Eco - La conosco... E la Tetraktys, il triangolo magico composto di punti. Tre lati, di quattro punti ciascuno, e un punto al centro, così che sembra anche composta di quattro file di punti, una di quattro, una di tre, una di due e una di uno.



PITAGORA - E in essa, se saprai capire, già ti sorride la verità del numero. Uno più due più tre più quattro uguale a dieci. Un punto al centro, origine di tutti gli altri. Quattro punti ai lati, quattro, il numero della perfezione, della forza, della giustizia e della solidità. Tre serie di quattro punti formano il triangolo equilatero, simbolo di eguaglianza perfetta. La somma dei punti dà dieci, e coi primi dieci numeri puoi esprimere tutti gli altri infiniti numeri che abitano nell'universo. E se guardi il triangolo dal vertice alla base, ecco che il numero dei punti ti mostra, alternati, il pari e il dispari. Il pari, simbolo dell'infinito, perché non potrai mai identificare in una linea di punti pari il punto che la divida in due parti uguali. Il dispari, dotato di un centro che separa due metà sempre uguali. E l'uno, infine, numero pari e dispari a un tempo, origine sia dei numeri dispari che dei pari, che con la sua sola presenza può rendere pari il dispari e dispari il pari. Non vedi, uomo, in questo simbolo elementare, tutta la saggezza dell'universo, tutte le leggi matematiche che fanno il mondo?
Eco - Sì, in astratto... Ma gli oggetti fisici?
PITAGORA - E cosa sono gli oggetti fisici, da dove credi che traggano la loro consistenza se non da una diversa disposizione spaziale e numerica dei loro elementi infinitesimali? Se il fuoco serpeggia così rapido, e punge e penetra, è perché dalla generazione dei triangoli elementari si generano corpi solidi in forma di piramide, che appunto punge e penetra. Mentre gli altri elementi saranno formati da ottaedri, icosaedri e dodecaedri. E questi, che regolano la vita infinitesima del microcosmo, sono i principi del macrocosmo, che regolano il cammino delle sfere celesti e la rotazione dei pianeti.
Eco - Io capisco, Maestro, che Lei ha anticipato di secoli le intuizioni fondamentali della scienza moderna: non solo che il mondo può essere spiegato in termini matematici, ma che sia l'universo delle galassie che quello delle particelle subatomiche sono due aspetti di una stessa macchina, spiegabile in termini di calcolo. Ma proprio Lei, Maestro, che ha dato un tono così profondamente religioso alla sua comunità, non ha preveduto l'obbiezione che ancora oggi qualcuno potrebbe farle: che, cioè, il numero spiega la struttura del mondo fisico ma non la vita... come dire... dell'anima, dello spirito. Ma cos'è allora l'anima di cui Lei parla, che trasmigra di corpo in corpo sino alla purificazione? Cosa sono la musica, che lei ha amato tanto, l'arte, la poesia?
PITAGORA - Sono numero. Numero. Che altro? Lo stesso numero che costituisce le piramidi del fuoco, lo stesso gioco di pari e dispari, finito e illimitato che regge la generazione delle grandezze matematiche. Ecco, qui ho sette bicchieri, di uguale formato; e ciascuno è riempito di acqua, ma in misura diversa. Ora io batto con questa verga di metallo su ciascun bicchiere, in serie... Senti? 
(Si ode una successione di suoni, non una scala diatonica, qualcosa di più simile a una scala cromatica, o la successione dei tasti neri sul pianoforte.) Cos'è questa?
Eco - Sì... musica. Almeno, il principio della musica.
PITAGORA - E da cosa dipendono gli intervalli, e le differenze riconoscibili (e amabili) tra suoni, se non dalla misurabile quantità d'acqua in ciascun bicchiere? E vedi ora questa corda: lo sai, è il principio che permette il funzionamento di molti strumenti musicali. Se la premi a questo punto, rendendola più corta, ottieni un suono, se la premi più avanti, e l'accorci ancora, il suono sarà più acuto (si odono due suoni). Tu sai, ogni musico sa, che ogni minima differenza di suono può essere misurata rapportandola proporzionalmente all'estensione della corda. Una formula matematica regge la vita di ogni evento musicale.
Eco - Sì, ma io dicevo: e l'anima?
PITAGORA - Risponde alle leggi della musica, è un puro gioco di rapporti numerici. Ricordo una sera, a Taormina. Un giovane, avvinazzato, al colmo dell'ira, stava per sfondare la porta di una casa dove abitava una donna. Nessuno riusciva a trattenerlo. Sino a che io capii. Non tanto il vino lo eccitava, quanto la musica che i suonatori di tibia suonavano in modo frigio, che dispone all'eccitazione, e tende muscoli e nervi, per simpatia tra i numeri che regolano e l'uno e l'altro fenomeno. E io ordinai ai suonatori di passare al modo ipofrigio. E subito il giovane si calmò. D'altra parte noi stessi, nella scuola di Crotone, ci addormentavamo al suono di qualche calcolatissima cantilena, e poi al risveglio, per rifarci lucidi, ricorrevamo ad altre modulazioni. Ma tu lo sai, e lo sapeva tua mamma, quando eri infante, che ricorreva con grande saggezza alla nenia giusta per calmare le tue lacrime! Senza che avesse studiato essa sentiva, dal profondo della sua anima, i numeri che potevano ben disporre la tua, e li traduceva in musica! Non so cosa sia d'altro, per te, l'anima, e se sia qualcosa di più. E cosa ammiri nel tempio o nella statua se non la simmetria, l'ordine e la rispondenza di una parte a tutte le altre, e il ritmo, lo stesso che ami nella poesia?
Eco - Io credo che Lei abbia ragione, Maestro, e che sia molto più religioso il suo pensiero di quello di coloro che oppongono spirito e materia come se fossero due entità incommensurabili. Ma forse lei ha portato questa sua religione del numero troppo avanti. La sua dottrina astronomica, per esempio...
PITAGORA - Cosa vi è di errato nella mia dottrina astronomica? Intorno al fuoco centrale ruotano i dieci corpi celesti. Il cielo delle stelle fisse, Giove, Saturno, Mercurio, Venere, Marte, il Sole, la Luna, la Terra e l'Antiterra.
Eco - Appunto. La sua dottrina astronomica è stata rivoluzionaria, ha anticipato quella copernicana, perché non riteneva che i pianeti ruotassero intorno alla Terra. Ma perché l'Antiterra, un corpo che nessuno ha mai visto?
PITAGORA - Ma perché solo così si raggiunge il numero perfetto di dieci!
Eco - Vede dunque che per amore di teoria, di perfezione matematica, lei si è costruito un universo su misura, che non corrisponde alla verità dei fatti.
PITAGORA - Non corrisponde alla verità dei fatti? Cosa significa? La verità è la teoria matematica. Se la teoria matematica postula la presenza dell'Antiterra, l'Antiterra deve esistere, e peggio per noi che non siamo capaci di vederla. Forse che ai tuoi tempi non sono stati scoperti nuovi pianeti?
Eco - Certo. Urano, Plutone, e i satelliti di Giove...
PITAGORA - E come li hanno scoperti? Li hanno visti?
Eco - No, dapprima no. Dapprima, per verificare certe teorie astronomiche, per spiegare certe anomalie nel moto dei corpi celesti, si è dovuto presupporre che esistessero, poi si è andati a cercarli con strumenti sempre più raffinati e poi...
PITAGORA - Vedi dunque che è la teoria che ha fornito gli elementi per la verità, la fiducia nella legge matematica dell'universo, il postulato della regolarità dei fenomeni!
Eco -. Lei ha ragione. Ma poi si è andati a verificare.
PITAGORA - E che bisogno c'era, se la fiducia nella regola eterna ti diceva già che dovevano esserci? Ma non avverti la bellezza di questa regola eterna del numero? Ogni pianeta girando a velocità diversa intorno al fuoco centrale produce un suono della gamma musicale, e tutti insieme generano un concerto dolcissimo, un'armonia che canta perennemente nell'universo.
Eco - Che noi non sentiamo.
PITAGORA - Certo, perché il nostro orecchio vi è abituato sin dalla nascita. Non hai mai fatto caso, nell'incanto di certe notti, al rumore del silenzio? Ma solo in momenti di grazia puoi udirlo.
Eco - Sì, ma se tutti i dieci pianeti producono ciascuno una nota della scala musicale, tutti insieme non fanno armonia, ma una dissonanza tremenda, come se io schiacciassi di colpo tutta la tastiera del pianoforte, come se pizzicassi tutte le corde di un'arpa in un solo istante...
PITAGORA - Ma la musica non è data dai suoni, bensì dai rapporti tra i suoni. Anche un sordo può godere la musica, purché la pensi, mentre chi la ascolta senza pensarla non la gode.
Eco - Ancora una volta questo disprezzo per il concreto!!!
PITAGORA - Ma del concreto io vedo l'anima matematica.
Eco - Sì ma l'adolescente di Taormina è stato calmato da una musica suonata, non dal pensiero matematico degli intervalli musicali.
PITAGORA - Era puro dialogo tra numeri, opposti che si integravano, tensioni che si componevano nell'armonia. Non era necessario che il ragazzo lo sapesse e lo capisse. Così doveva avvenire.
Eco - Così doveva avvenire... Vede, Maestro, quello che le rimprovero è il suo ottimismo matematico. La sua fiducia in una sorta di fatalità armonica che regola il divenire dell'universo. Lei ha lasciato in eredità al nostro tempo grandi intuizioni scientifiche, ma al tempo stesso una terribile tentazione. La tentazione di contemplare una armonia astratta del tutto teorica, senza riuscire a tener conto della contraddizione, del dolore, di quelle vicende tutte terrestri in cui il numero fallisce e l'azione umana deve intervenire per ristabilire una legge, o per imporne una nuova. La storia della nostra scienza è fatta anche di calcoli sbagliati, e di esperimenti che hanno contraddetto i calcoli, e di calcoli che hanno rifatto i calcoli precedenti...
PITAGORA - Ma non siete mai riusciti a darmi torto.
Eco - Non lo so. Forse le si è dato ragione proprio quando le si dava torto, quando si sono negati i suoi numeri per cercare altri numeri...
PITAGORA - Sono sempre gli stessi. La regola sta al principio.
Eco - Ma trasporti questo atteggiamento nella vita sociale e politica. Cosa ne nasce? Una visione aristocratica e conservatrice. Non a caso Lei ha dovuto fuggire da Crotone, perché il partito democratico vedeva nella sua scuola un centro di pensiero aristocratico e reazionario. Nella vostra fiducia nelle leggi eterne del mondo voi pitagorici non potevate comprendere la mutazione, non potevate intuire quello che dopo di voi ha intuito Eraclito, che tutto scorre, che non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, che la realtà nasce anche dal dolore, dalla lotta, che l'armonia è un punto d'arrivo, sempre provvisorio, ma guai a considerarla un punto di partenza, definitivo.
PITAGORA - Dunque non hai capito.
Eco - No Maestro, ho capito che lei ci ha offerto probabilmente solo uno dei volti della verità, e che ne esiste anche un altro, e che nella tensione tra queste due verità, quella che un nostro poeta ha chiamato la duplice battaglia dell'ordine e dell'avventura, in questo sta la nostra verità umana.
PITAGORA - Dunque non hai capito.
Eco - Sì, ho capito che la sua funzione è stata di proporci la sua verità, e di non dubitarne mai. La nostra è di metterla in dubbio, e di crederci, al tempo stesso.
PITAGORA - Dunque non hai capito.
Eco - Buongiorno Maestro. La ringrazio per avermi concesso quest'intervista.
PITAGORA - Non hai capito. 



Filosofia - Talete (brano tratto da "Metafisica" di Aristotele)


La maggior parte di coloro che per primi filosofarono ritennero che i soli princìpi di tutte le cose fossero quelli di specie materiale, perché ciò da cui tutte le cose hanno l'essere, da cui originariamente derivano e in cui alla fine si risolvono, pur rimanendo la sostanza ma cambiando nelle sue qualità, questo essi dicono che è l'elemento, questo il principio delle cose e perciò ritengono che niente si produce e niente si distrugge, poiché una sostanza siffatta si conserva sempre Ci deve essere una qualche sostanza, o più di una, da cui tutte le altre cose vengono all'esistenza, mentre essa permane.  Ma riguardo al numero e alla forma di tale principio non dicono tutti lo stesso.  Talete, il fondatore di tale forma di filosofia, dice che è l'acqua (e perciò sosteneva che anche la terra è sull'acqua): egli ha tratto forse tale supposizione vedendo che il nutrimento di tutte le cose è umido, che il caldo stesso deriva da questa e di questa vive (e ciò da cui le cose derivano è il loro principio): di qui, dunque, egli ha tratto tale supposizione e dal fatto che  semi di tutte le cose hanno natura umida - e l'acqua è principio naturale delle cose umide.  Ci sono alcuni secondo i quali anche gli antichissimi, molto anteriori all'attuale generazione e che per primi teologizzarono, ebbero le stesse idee sulla natura: infatti cantarono che Oceano e Tetide sono gli autori della generazione [delle cose] e che il giuramento degli Dèi è su quell'acqua chiamata Stige dai poeti: ora, ciò che è più antico merita più stima, e il giuramento è la cosa che merita più stima.  Se dunque questa visione della natura sia in verità antica e primitiva potrebbe essere dubbio, ma Talete senz'altro si dice che abbia descritto la prima causa in questo modo  (nessuno riterrebbe Ippone degno di essere annoverato tra questi per la poca consistenza del suo pensiero).

Relazione di "Apologia di Socrate" (Platone)


“Apologia di Socrate” è un’opera scritta da Platone, il quale intese riportare le parole pronunziate dal suo maestro durante il processo che lo vede imputato nel gennaio del 399 a.C.: come espresso nel titolo, si tratta di un’apologia poiché lo scopo di Socrate è quello di difendersi dalle accuse mossegli contro da Meleto (accusatore ufficiale), Licone e Anito: in particolare quest’ultimo riteneva che i dialoghi socratici fossero una minaccia per la rinnova democrazia, restaurata dopo la caduta del regime oligarchico (404 a.C.).
I tre lo accusarono di:
1.      non riconoscere gli dèi che lo stato riconosce, dato che criticava alcuni miti di divinità minori e maggiori;
2.      introdurre nuove forme di culto (fu Meleto ad interrogarlo su tale questione);
3.      corruzione di giovani (in questo è Anito).
Ovviamente questi erano solo dei pretesti per condannarlo, mentre le vere motivazioni risiedevano nel contesto politico: all’epoca i governanti erano scelti a caso tra i membri delle famiglie nobili, ma Socrate non era d’accordo perché, secondo lui, come non tutti sono in grado di guidare una nave, non tutti sanno distinguere ciò che è lecito da ciò che non lo è.
Con “nuovi dei” si indicavano sia le antiche personificazione della cosmologia ionica, sia una sostanza primordiale da cui si sarebbe generata tutta la realtà.
Socrate parla inoltre di un demone (voce demoniaca = δαιμόνιόν τι) che lo invita fin da piccolo a non compiere determinate azioni.
Il testo originale presentato al tribunale, ovviamente tradotto dal greco antico, era questo:
<< Socrate è reo e si dà da fare in cose che non gli spettano:
investigando ciò che è sotto la terra e quello che è in cielo;
tentando di far apparire migliore la ragione peggiore;
e questo medesimo insegnando altrui. >>
Socrate farà notare al pubblico che tali parole erano identiche a quelle di Diopite nel processo contro Anassagora (maestro di Archelao, il quale sarà maestro di Socrate).
L’apologia si divide in tre parti: “La difesa”, “La pena” e “Dopo la condanna”.

La difesa
Socrate divide i suoi accusatori in due gruppi: quelli vecchi e quelli nuovi.
·         I primi (di cui fa parte anche Aristofane) lo avevano accusato di aver istruito i giovani in cambio di soldi, ma egli non aveva né un’elevata abilità oratoria, né aveva tentato si circondarsi di discepoli (tipico dei Sofisti), bensì loro avevano scelto di seguirlo. Ma allora da dove nacquero tutte le dicerie sui suoi conti?
Quando il suo amico Cherofonte giunse all’oracolo di Delfi ed aveva domandato se ci fosse un uomo più sapiente più sapiente di Socrate, gli venne risposto di no.
Saputo ciò, l’accusato si recò da un noto oratore e notò che seppur entrambi non sapessero definire cosa fosse bello e cosa buono, il primo ne era consapevole, il secondo no.
Tentò anche con artisti e poeti, riscontrando che in entrambi i casi essi sapevano meno delle loro opere rispetto ai presenti lì vicino, ed inoltre ritenevano di essere superiori anche nelle discipline che non competevano loro.
A questo punto Socrate definisce la “sapienza assoluta” come proprietà appartenente solo al Dio che conosce tutte le cose, mentre la “sapienza umana” è la conoscenza di sé, non delle cose: il vero sapere è essere consapevoli di non conoscere. Coloro che lo accusano (tra le altre cose, uno era oratore, uno artista e l’altro poeta)  non vogliono conoscere la verità e perciò preferiscono sbarazzarsi di lui.
·         Si procede con l’arringa difensiva nei confronti di Meleto, il quale sostiene che a corrompere i giovani sia solo Socrate. Quest’ultimo si difende portando come esempio il caso dei cavalli, cioè che solo pochi sanno prendersi cura di loro nel modo appropriato, mentre gli altri rischiano di causare danni: non accadrà mai il contrario, così anche tra gli uomini solo pochi sanno educare i fanciulli, mentre gli altri non possono.
Poi, se le persone buone trasmettono del bene al prossimo e quelle malvagie del male, significa che senza alcun dubbio, essendo lui vecchio e ignorante, ha acquisito la corruzione da altri e perciò compie azioni maligne involontariamente: non deve quindi essere giudicato da un tribunale, ma istruito affinché possa controllarsi. Oppure, ipotesi molto più probabile, egli non ha corrotto nessuno.
Infine Meleto sosteneva che Socrate fosse ateo perché riteneva, come Anassagora, che il Sole fosse pietra e la Luna terra, ma anche che credesse in fatti demoniaci: ovviamente ciò non è possibile perché credere a quest’ultimi implica credere all’esistenza di demoni, che sono figli di dei.
·         Concluso il dialogo con Meleto, Socrate ammonisce coloro che temono la morte perché, seppur sia sconosciuta al vivente, questo crede di conoscerla e non si dimostra perciò sapiente: perciò egli non ha paura, ma avverte coloro che lo vogliono morto che, dopo di lui, il dio invierà qualcun altro più giovane a predicare la cura dell’anima perché sede della conoscenza e quindi delle virtù.
Socrate si paragona inoltre ad un tafano perché ritiene che il dio lo abbia imposto alla città affinché stimoli e rimproveri uno per uno i cittadini.
·         Segue un frammento in cui spiega la decisione di non intraprendere un percorso politico, poiché, opponendosi al modo di amministrare la legge, sarebbe morto dopo poco tempo.
·         Socrate invita a notare la presenza dei suoi discepoli che hanno scelto di seguirlo, e sono lì insieme ai loro parenti non per farlo condannare, ma per sostenerlo. Spiega anche l’assenza dei suoi familiari: non intende commuovere i giudici dimostrandosi un vile, ma preferisce mantenere alta la sua reputazione.

La pena
A conclusione del suo discorso, sostiene che per ciò che ha compiuto in vita, l’aver trascurato i propri interessi e rispettato la legge, meriterebbe un premio: essere mantenuto dallo Stato nel Pritanèo. Nel caso volessero condannarlo a morte, ribadisce di essere indifferente, se fosse stato esiliato avrebbe continuato a filosofare, nel caso di una multa i suoi discepoli avrebbero fatto da garanti, mentre in carcere avrebbe continuato a esaminare la gente che lo circondava: non aveva di che temere.
Dopo la condanna
Socrate si interroga su cosa sia la morte, la quale può essere intesa come:
1.      l’annullamento dell’essere e quindi dei sentimenti. Questo sarebbe meraviglioso perché sarebbe molto simile ad un sogno.
2.      la migrazione dell’anima verso un altro luogo, il che sarebbe un vantaggio perché troverebbe figure come Omero ed Esiodo da giudicare come in vita.
Egli perciò non è arrabbiato con quelli che l’hanno condannato, ma si augura comunque che coloro che non curano la propria anima siano scherniti dagli altri.

VOCABOLARIO DI FILOSOFIA 1


FILOSOFIA: letteralmente “amore per il sapere”, si configura come un’indagine razionale intorno agli interrogativi di fondo che l’uomo si pone su se stesso e sulla realtà che lo circonda.

METAFISICA: parte della filosofia che si interroga sulle strutture ultime e le cause supreme delle cose. Inizialmente, con i presocratici, la metafisica prende le sembianze della cosmologia, ossia di un’indagine intorno all’universo naturale ed ai principi che lo costituiscono. In seguito, si presenta nelle vesti di ontologia, ossia di una trattazione intorno all’essere o realtà in generale.

GNOSEOLOGIA: parte della filosofia che si occupa dei problemi relativi alla genesi, alla natura ed alla validità della conoscenza. Si concretizza in domande del tipo: cosa possiamo conoscere?, come conosciamo?

ETICA: parte della filosofia che studia il comportamento umano e le norme a cui esso obbedisce. Si concretizza in domande del tipo: che cos’è il bene?, qual è il fine ultimo delle nostre azioni?, quali sono i motivi che spingono gli uomini ad agire?, che cos’è la felicità?

PRESOCRATICI: definizione storiografica con cui si indicano i filosofi che precedono Socrate, non tanto dal punto di vista cronologico, quanto per la loro riflessione che si colloca prima della “rivoluzione socratica”.

PRINCIPIO: elemento di base della realtà dal quale tutto ha avuto origine ed in virtù del quale tutto si mantiene in vita.

NATURA: con questo termine si indica sia l’intera realtà, sia l’elemento che sta alla base del tutto.

ILOZOISMO: ogni dottrina che concepisca la materia come forza dinamica vivente che ha in se stessa animazione e movimento.

MONISMO: ogni sistema filosofico che riconduce la realtà ad un unico principio.

DUALISMO: qualsiasi teoria che spieghi un dato ordine di cose, o l’universo nella sua totalità, mediante l’azione di due principi opposti.

APEIRON: con questo termine, che contemporaneamente significa “infinito” e “indeterminato”, Anassimandro indica il principio delle cose, inteso come una materia in cui i vari elementi non sono ancora distinti.

METEMPSICOSI: credenza nella trasmigrazione dell’anima di corpo in corpo.

LOGOS: il termine ha molteplici significati. Il logos è discorso vero, ragione, legge dell’intera realtà.

NECESSARIO: ciò che non può essere diverso da com’è.

CONTINGENTE: ciò che può essere diverso da com’è.

OPINIONE: ogni conoscenza che non include alcuna garanzia della propria validità.

VOCABOLARIO DI FILOSOFIA 2


PARADOSSO: il termine deriva da parà, contro, e dòxa, opinione, indica un ragionamento apparentemente valido e fondato su asserzioni ritenute vere che conduce ad una contraddizione o ad una conclusione falsa e che, quindi, costringe a rivedere la correttezza dell’argomentazione o la verità delle affermazioni iniziali.

DIALETTICA: metodo consistente nell’accettare in via d’ipotesi le affermazioni degli avversari, per poi trarne conseguenze in grado di confutarle.

ATOMISMO: dottrina formulata da Leucippo e Democrito, secondo la quale l’universo è costituito dal vario aggregarsi di particelle indivisibili, dette “atomi”, qualitativamente identiche, ma quantitativamente differenti.

MATERIALISMO: ogni dottrina che faccia della materia il principio di spiegazione della realtà.

MECCANICISMO: ogni teoria che spieghi la realtà mediante il movimento dei corpi nello spazio e che concepisca l’universo come una sorta di grande macchina. Metodo d’indagine consistente nello spiegare i fenomeni tramite un sistema di cause “meccaniche”.

FINALISMO: ogni teoria secondo cui l’universo agisce in vista di determinati fini o scopi. Metodo d’indagine consistente nello spiegare la realtà mediante una serie di cause “finali”.

CAUSALISMO O DETERMINISMO: concezione per cui in natura nulla avviene a caso, ma tutto accade secondo ragione e necessità. 

sabato 27 ottobre 2012

Letteratura - "Tuttor ch'eo dirò "gioi'", gioiva cosa" di Guittone d'Arezzo (parafrasi + confronto con "Lo vostro bel saluto e 'l gentil sguardo" di Guido Guinizzelli)


Ogni volta che io dirò “gioia”, creatura gioiosa,
capirete che parlo di voi,
che siete gioia di una bellezza gioiosa
e gioia di un piacere gioioso e bello,
e la gioia su cui si fonda un futuro felice,
gioia di bellezza e gioia di un corpo snello,
gioia che io guardo e gioia che suscita tanto amore.
Una gioia che è un felice godimento ammirarlo (corpo).
Gioia di volere, di pensare,
di dire, di fare, e di ogni comportamento gioioso:
per cui, gioiosa gioia, così desideroso
di voi mi trovo, che non sento mai la gioia,
se non nella gioia che voi date.
Esercizio n°6 pag 151
Confrontando la poesia guittoniana presa in questione e “Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo” di Guido Guinizzelli, è possibile notare molte differenze a livello metrico: infatti, seppur siano entrambi dei sonetti (composti da due quartine e due terzine), il primo elaborato presenta la rima alternata in tutta la poesia, mentre il secondo solo nelle prime due strofe e nelle restanti quella ripetuta (CDE CDE).
Il primo componimento è caratterizzato dalla presenza quasi sistematica della parola “gioia” e dei suoi derivati in tutti i versi (escludendo il secondo, il quale però contiene il pronome “voi” che possiede un suono simile): ciò, accompagnato alla conseguente presenza della figura etimologica “gioi’, gioiosa”, di assonanze del tipo “-ello, -ento” e consonanze “-osa, -oso”, crea smarrimento nel lettore contemporaneo, il quale, non utilizzando il linguaggio tipico della tradizione volgare toscana, intende facilmente vocaboli la cui radice è “gioi-”, rimanendo così avvolto da questa aura di serenità trasmessa dall’autore.
Nella seconda poesia non c’è l’iterazione di uno stesso termine, ma caratteristico di questo componimento stilnovista è il richiamo in ogni verso di elementi appartenenti ad altri: per esempio l’espressione “spezza e fende” dell’undicesimo verso ha lo stesso significato di “taglia e divide” del sesto, oppure “la statua d’ottono” presente nel dodicesimo verso e che non può né parlare né muoversi, costituisce uno sviluppo dell’espressione “parlar non posso” del settimo.
Non tutte le rime sono pure, ma alcune sono generate dalla consonanza di parole come “ancide e merzde” e “divide e vede”.
La presenza di fonemi dal suono duro come “ancide” e “spezza” produce un clima di sofferenza, che è proprio il sentimento provato dal poeta.
Per quanto riguarda le immagini dell’amore e della donna fornite dai due poeti, come nello stile, riscontriamo varie differenze: infatti Guittone d’Arezzo invoca la sua amata con il termine “gioia”, dato che ammira la sua bellezza, i suoi modi di fare e spera in un futuro gioiosa per loro. L’opera guinizelliana al contrario esibisce un quadro alquanto negativa: l’amore è vista come una forza che uccide l’amante, che gli “taglia il cuore da parte a parte” (per mezzo lo cor me lanciò un dardo ched oltre ‘n parte lo taglia e divide).
Perciò se nella prima poesia la donna è fonte di ogni gioia (e quindi anche dell’amore) e quindi da un senso all’esistenza dell’uomo (versi 13 e 14), nella seconda ella genera dolore nell’amante togliendogli così la propria forza vitale.
Nonostante queste differenze, che Guinizzelli introduce il proprio componimento attraverso una lode al bel saluto e il nobile sguardo dell’amata, elemento che riscontriamo in tutti i versi di quello di Guittone.
Volendo riassumere ciò che è stato detto riguardo allo stile e alla concezione dell’amore dai due punti di vista: nel sonetto della scuola toscana i suoni sono dolci e provocano un clima sereno e di armonia e la donna è individuata come la fonte di ogni gioia; nella seconda poesia invece i suoni sono duri e taglienti e generano così un’aura di sofferenza attorno a chi legge e l’amore è concepito come una forza che addolora il corpo e lo spirito dell’amante.

La Divina Commedia - Parafrasi Canto II


Il giorno si avviava alla fine, e l’imbrunire
sottraeva tutti gli esseri viventi
dalle loro fatiche quotidiane; e io unico fra tutti
mi accingevo a sostenere le fatiche
sia del cammino e sia della compassione,
che la memoria conserva con esattezza.
O muse, o mio ingegno, aiutatemi;
o memoria che scrivesti quello che io vidi
qui si rivelerà la tua eccellenza.
Io cominciai: “Poeta che mi guidi,
giudica se la mia virtù è adeguata
prima che tu mi affidi a questo difficile cammino.
Tu stesso scrivi che il padre di Silvio,
ancora in vita si recò nell’aldilà, e ci andò con il corpo.
Ma se Dio, nemico di ogni male,
fu benevolo con Enea, questi non potrà non apparire degno di tanta benevolenza
a un uomo d’intelletto, che ricordi l’importanza degli eventi,
di cui egli sarà protagonista;
poiché egli fu prescelto da Dio
nel cielo empireo della nobile Roma e del suo impero:
la quale Roma e il quale impero, a voler dire la verità,
furono stabiliti dalla divinità
per fare di quella città il luogo santo dove ha sede il successore del grande Pietro.
Per questo viaggio del quale tu nel tuo poema
gli dai onore, gli furono dette cose che lo incoraggiarono
alla vittoria (sui Latini), da cui poi conseguì l’autorità papale.
Vi andò poi San Paolo, Vas d’elezione,
per portare in tutti gli uomini la fede,
che è principio obbligato della salvezza.
Ma io per quale motivo dovrei venirci? Chi mi concede questo privilegio?
Io non sono né Enea, né san Paolo:
nessuno può credere che io sia degno a questa impresa.
Perciò, se mi lascio andare a questo viaggio,
temo che la mia venuta sia temeraria.
Sii saggio: comprendimi meglio di quanto
io sappia esprimermi”.
E come un uomo che non vuole più ciò che prima ha voluto,
e per il sopraggiungere di nuovi pensieri cambia il suo proposito,
tanto che si distoglie da ciò che aveva appena cominciato,
così mi comportai io in quell’oscuro fianco di colle, perché,
a forza di pensare, annullai quell’impresa
che avevo cominciato così prontamente.
“Se ho ben capito quello che intendi”,
rispose il mio maestro,
“la tua anima è colpita da pusillanimità, che
spesso impedisce all’uomo il suo cammino,
opponendo un ostacolo, al punto che lo fa tornare indietro
da un’impresa onorevole, come avere l’impressione di vedere
qualcosa che non c’è fa tornare indietro un animale quando si adombra.
Affinché tu ti liberi da questa paura, ti dirò perché sono venuto,
e ti dirò quello che ho sentito nel momento in cui provai
dolore per te.
Mi trovavo nel Limbo
e una donna beata e bella mi chiamò, che
non potei fare altro di chiederle di comandarmi quello che desiderava.
I suoi occhi splendevano più delle stelle; e cominciò a parlare
con voce molto dolce e angelica;
“O cortese anima mantovana, la cui fama
ancora perdura nel mondo,
e resisterà a lungo nel tempo,
un mio amico, e non di quelli che mutano secondo la fortuna,
è ostacolato nel suo cammino nella selva
al punto che si è volto indietro per la paura;
e temo che si sia già tanto smarrito, che io mi sia
mossa tardi per aiutarlo,
secondo quanto ho sentito dire di lui in cielo.
Vai dunque e con le tue efficaci parole,
e con quello che è necessario per la sua salvezza,
aiutalo, in modo che io possa essere rassicurata.
Io, che ti invito a muoverti, sono Beatrice;
vengo da un luogo dove desidero tornare:
mi mosse l’amore, che mi fa parlare a te.
Quando sarò davanti al mio Signore,
gli farò spesso le tue lodi”.
Poi tacque e io dissi:
“O signora di tutte le virtù,
grazie alla quale soltanto l’umana specie trascende
ogni cosa contenuta in cielo con la circonferenza minore di tutti,
il tuo ordine mi è tanto gradito che,
se già mi fossi mosso a ubbidire,
mi sembrerebbe già tardi: per essere ubbidita,
non hai bisogno di altro che di espormi il tuo desiderio.
Dimmi piuttosto il motivo per cui non esiti
a scendere quaggiù, in questo centro della Terra,
dell’Empireo, nel quale desideri tornare con ardore”.
Mi rispose: “Poiché desideri tanto conoscere i miei pensieri,
ti dirò brevemente perché io non temo di venire quaggiù.
Si devono temere solo le cose che ci possono nuocere;
non le altre, perché quelle non sono tali da far paura.
Io sono stata creata da Dio, per grazia sua,
tale che non posso essere toccata dalla miseria di voi dannati,
né attaccata dal fuoco dell’inferno.
In Cielo c’è una donna gentile,
che si duole, provando compassione,
di questo insormontabile ostacolo che io ti mando
a rimuovere, al punto tale che infrange lassù in paradiso
la vera sentenza divina.
Questa donna chiamò presso di sé Lucia e le disse:
“Il tuo fedele ora ha bisogno di te, ed io te lo affido”.
Lucia, nemica di tutte le crudeltà, si mosse al
luogo dove io stavo, seduta presso l’antica Rachele.
Disse: “Beatrice, tu sei una vera lode di Dio, perché
Non soccorri colui che ti amò tanto, da uscire, per amore tuo
dalla schiera del volgo? Non senti l’angoscia del suo pianto,
non vedi il rischio mortale che egli corre,
sull’orlo del tempestoso flutto delle passioni
del quale il mare non è più terribile?”.
Al mondo non ci furono mai persone così veloci
a fare il proprio vantaggio o a fuggire il proprio danno,
come fui io, dopo che furono pronunciate tali parole,
a venire quaggiù dalla mia sede beata, confidando
nel tuo parlare dignitoso e nobile,
che onora te e quelli che lo hanno ascoltato”.
Dette queste parole, rivolse gli occhi indietro,
divenuti ancora più lucenti per le lacrime,
e con questo gesto mi spinse a muovermi
ancora più velocemente.
E venni a te così come volle lei: ti tolsi dal confronto con quella fiera,
che ti impediva di salire in cima al colle per la strada breve.
Dunque, cosa succede?
Perché stai fermo, perché accogli nel tuo cuore tanta viltà,
perché non hai coraggio e franchezza
dopo che tre donne sante di tale importanza
hanno cura di te nella corte del cielo,
e le mie parole ti promettano tanto bene?”.
Come i fiori piegati e chiusi dal gelo notturno,
quando il sole li illumina con la luce bianca dell’alba,
si sollevano aperti sul loro stelo,
così divenni io, nella mia debole forza
e il mio cuore fu pieno di tanto buon coraggio,
che gli dissi con franchezza:
“Oh, quanto è ricca di pietà colei che mi soccorse!
E quanto cortese sei tu, che hai subito ubbidito
alle parole veritiere che ti ha detto!
Tu, con le tue parole, hai reso il mio cuore così doveroso di venire,
che io sono tornato al mio primo proposito.
Vai pure avanti che abbiamo entrambi uno stesso volere.
Tu mia guida, tu mio signore,,
tu mio maestro”.
Così gli dissi; e quando si mosse, entrai nel cammino profondo e selvaggio.