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sabato 27 ottobre 2012

Letteratura - "Tuttor ch'eo dirò "gioi'", gioiva cosa" di Guittone d'Arezzo (parafrasi + confronto con "Lo vostro bel saluto e 'l gentil sguardo" di Guido Guinizzelli)


Ogni volta che io dirò “gioia”, creatura gioiosa,
capirete che parlo di voi,
che siete gioia di una bellezza gioiosa
e gioia di un piacere gioioso e bello,
e la gioia su cui si fonda un futuro felice,
gioia di bellezza e gioia di un corpo snello,
gioia che io guardo e gioia che suscita tanto amore.
Una gioia che è un felice godimento ammirarlo (corpo).
Gioia di volere, di pensare,
di dire, di fare, e di ogni comportamento gioioso:
per cui, gioiosa gioia, così desideroso
di voi mi trovo, che non sento mai la gioia,
se non nella gioia che voi date.
Esercizio n°6 pag 151
Confrontando la poesia guittoniana presa in questione e “Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo” di Guido Guinizzelli, è possibile notare molte differenze a livello metrico: infatti, seppur siano entrambi dei sonetti (composti da due quartine e due terzine), il primo elaborato presenta la rima alternata in tutta la poesia, mentre il secondo solo nelle prime due strofe e nelle restanti quella ripetuta (CDE CDE).
Il primo componimento è caratterizzato dalla presenza quasi sistematica della parola “gioia” e dei suoi derivati in tutti i versi (escludendo il secondo, il quale però contiene il pronome “voi” che possiede un suono simile): ciò, accompagnato alla conseguente presenza della figura etimologica “gioi’, gioiosa”, di assonanze del tipo “-ello, -ento” e consonanze “-osa, -oso”, crea smarrimento nel lettore contemporaneo, il quale, non utilizzando il linguaggio tipico della tradizione volgare toscana, intende facilmente vocaboli la cui radice è “gioi-”, rimanendo così avvolto da questa aura di serenità trasmessa dall’autore.
Nella seconda poesia non c’è l’iterazione di uno stesso termine, ma caratteristico di questo componimento stilnovista è il richiamo in ogni verso di elementi appartenenti ad altri: per esempio l’espressione “spezza e fende” dell’undicesimo verso ha lo stesso significato di “taglia e divide” del sesto, oppure “la statua d’ottono” presente nel dodicesimo verso e che non può né parlare né muoversi, costituisce uno sviluppo dell’espressione “parlar non posso” del settimo.
Non tutte le rime sono pure, ma alcune sono generate dalla consonanza di parole come “ancide e merzde” e “divide e vede”.
La presenza di fonemi dal suono duro come “ancide” e “spezza” produce un clima di sofferenza, che è proprio il sentimento provato dal poeta.
Per quanto riguarda le immagini dell’amore e della donna fornite dai due poeti, come nello stile, riscontriamo varie differenze: infatti Guittone d’Arezzo invoca la sua amata con il termine “gioia”, dato che ammira la sua bellezza, i suoi modi di fare e spera in un futuro gioiosa per loro. L’opera guinizelliana al contrario esibisce un quadro alquanto negativa: l’amore è vista come una forza che uccide l’amante, che gli “taglia il cuore da parte a parte” (per mezzo lo cor me lanciò un dardo ched oltre ‘n parte lo taglia e divide).
Perciò se nella prima poesia la donna è fonte di ogni gioia (e quindi anche dell’amore) e quindi da un senso all’esistenza dell’uomo (versi 13 e 14), nella seconda ella genera dolore nell’amante togliendogli così la propria forza vitale.
Nonostante queste differenze, che Guinizzelli introduce il proprio componimento attraverso una lode al bel saluto e il nobile sguardo dell’amata, elemento che riscontriamo in tutti i versi di quello di Guittone.
Volendo riassumere ciò che è stato detto riguardo allo stile e alla concezione dell’amore dai due punti di vista: nel sonetto della scuola toscana i suoni sono dolci e provocano un clima sereno e di armonia e la donna è individuata come la fonte di ogni gioia; nella seconda poesia invece i suoni sono duri e taglienti e generano così un’aura di sofferenza attorno a chi legge e l’amore è concepito come una forza che addolora il corpo e lo spirito dell’amante.

La Divina Commedia - Parafrasi Canto II


Il giorno si avviava alla fine, e l’imbrunire
sottraeva tutti gli esseri viventi
dalle loro fatiche quotidiane; e io unico fra tutti
mi accingevo a sostenere le fatiche
sia del cammino e sia della compassione,
che la memoria conserva con esattezza.
O muse, o mio ingegno, aiutatemi;
o memoria che scrivesti quello che io vidi
qui si rivelerà la tua eccellenza.
Io cominciai: “Poeta che mi guidi,
giudica se la mia virtù è adeguata
prima che tu mi affidi a questo difficile cammino.
Tu stesso scrivi che il padre di Silvio,
ancora in vita si recò nell’aldilà, e ci andò con il corpo.
Ma se Dio, nemico di ogni male,
fu benevolo con Enea, questi non potrà non apparire degno di tanta benevolenza
a un uomo d’intelletto, che ricordi l’importanza degli eventi,
di cui egli sarà protagonista;
poiché egli fu prescelto da Dio
nel cielo empireo della nobile Roma e del suo impero:
la quale Roma e il quale impero, a voler dire la verità,
furono stabiliti dalla divinità
per fare di quella città il luogo santo dove ha sede il successore del grande Pietro.
Per questo viaggio del quale tu nel tuo poema
gli dai onore, gli furono dette cose che lo incoraggiarono
alla vittoria (sui Latini), da cui poi conseguì l’autorità papale.
Vi andò poi San Paolo, Vas d’elezione,
per portare in tutti gli uomini la fede,
che è principio obbligato della salvezza.
Ma io per quale motivo dovrei venirci? Chi mi concede questo privilegio?
Io non sono né Enea, né san Paolo:
nessuno può credere che io sia degno a questa impresa.
Perciò, se mi lascio andare a questo viaggio,
temo che la mia venuta sia temeraria.
Sii saggio: comprendimi meglio di quanto
io sappia esprimermi”.
E come un uomo che non vuole più ciò che prima ha voluto,
e per il sopraggiungere di nuovi pensieri cambia il suo proposito,
tanto che si distoglie da ciò che aveva appena cominciato,
così mi comportai io in quell’oscuro fianco di colle, perché,
a forza di pensare, annullai quell’impresa
che avevo cominciato così prontamente.
“Se ho ben capito quello che intendi”,
rispose il mio maestro,
“la tua anima è colpita da pusillanimità, che
spesso impedisce all’uomo il suo cammino,
opponendo un ostacolo, al punto che lo fa tornare indietro
da un’impresa onorevole, come avere l’impressione di vedere
qualcosa che non c’è fa tornare indietro un animale quando si adombra.
Affinché tu ti liberi da questa paura, ti dirò perché sono venuto,
e ti dirò quello che ho sentito nel momento in cui provai
dolore per te.
Mi trovavo nel Limbo
e una donna beata e bella mi chiamò, che
non potei fare altro di chiederle di comandarmi quello che desiderava.
I suoi occhi splendevano più delle stelle; e cominciò a parlare
con voce molto dolce e angelica;
“O cortese anima mantovana, la cui fama
ancora perdura nel mondo,
e resisterà a lungo nel tempo,
un mio amico, e non di quelli che mutano secondo la fortuna,
è ostacolato nel suo cammino nella selva
al punto che si è volto indietro per la paura;
e temo che si sia già tanto smarrito, che io mi sia
mossa tardi per aiutarlo,
secondo quanto ho sentito dire di lui in cielo.
Vai dunque e con le tue efficaci parole,
e con quello che è necessario per la sua salvezza,
aiutalo, in modo che io possa essere rassicurata.
Io, che ti invito a muoverti, sono Beatrice;
vengo da un luogo dove desidero tornare:
mi mosse l’amore, che mi fa parlare a te.
Quando sarò davanti al mio Signore,
gli farò spesso le tue lodi”.
Poi tacque e io dissi:
“O signora di tutte le virtù,
grazie alla quale soltanto l’umana specie trascende
ogni cosa contenuta in cielo con la circonferenza minore di tutti,
il tuo ordine mi è tanto gradito che,
se già mi fossi mosso a ubbidire,
mi sembrerebbe già tardi: per essere ubbidita,
non hai bisogno di altro che di espormi il tuo desiderio.
Dimmi piuttosto il motivo per cui non esiti
a scendere quaggiù, in questo centro della Terra,
dell’Empireo, nel quale desideri tornare con ardore”.
Mi rispose: “Poiché desideri tanto conoscere i miei pensieri,
ti dirò brevemente perché io non temo di venire quaggiù.
Si devono temere solo le cose che ci possono nuocere;
non le altre, perché quelle non sono tali da far paura.
Io sono stata creata da Dio, per grazia sua,
tale che non posso essere toccata dalla miseria di voi dannati,
né attaccata dal fuoco dell’inferno.
In Cielo c’è una donna gentile,
che si duole, provando compassione,
di questo insormontabile ostacolo che io ti mando
a rimuovere, al punto tale che infrange lassù in paradiso
la vera sentenza divina.
Questa donna chiamò presso di sé Lucia e le disse:
“Il tuo fedele ora ha bisogno di te, ed io te lo affido”.
Lucia, nemica di tutte le crudeltà, si mosse al
luogo dove io stavo, seduta presso l’antica Rachele.
Disse: “Beatrice, tu sei una vera lode di Dio, perché
Non soccorri colui che ti amò tanto, da uscire, per amore tuo
dalla schiera del volgo? Non senti l’angoscia del suo pianto,
non vedi il rischio mortale che egli corre,
sull’orlo del tempestoso flutto delle passioni
del quale il mare non è più terribile?”.
Al mondo non ci furono mai persone così veloci
a fare il proprio vantaggio o a fuggire il proprio danno,
come fui io, dopo che furono pronunciate tali parole,
a venire quaggiù dalla mia sede beata, confidando
nel tuo parlare dignitoso e nobile,
che onora te e quelli che lo hanno ascoltato”.
Dette queste parole, rivolse gli occhi indietro,
divenuti ancora più lucenti per le lacrime,
e con questo gesto mi spinse a muovermi
ancora più velocemente.
E venni a te così come volle lei: ti tolsi dal confronto con quella fiera,
che ti impediva di salire in cima al colle per la strada breve.
Dunque, cosa succede?
Perché stai fermo, perché accogli nel tuo cuore tanta viltà,
perché non hai coraggio e franchezza
dopo che tre donne sante di tale importanza
hanno cura di te nella corte del cielo,
e le mie parole ti promettano tanto bene?”.
Come i fiori piegati e chiusi dal gelo notturno,
quando il sole li illumina con la luce bianca dell’alba,
si sollevano aperti sul loro stelo,
così divenni io, nella mia debole forza
e il mio cuore fu pieno di tanto buon coraggio,
che gli dissi con franchezza:
“Oh, quanto è ricca di pietà colei che mi soccorse!
E quanto cortese sei tu, che hai subito ubbidito
alle parole veritiere che ti ha detto!
Tu, con le tue parole, hai reso il mio cuore così doveroso di venire,
che io sono tornato al mio primo proposito.
Vai pure avanti che abbiamo entrambi uno stesso volere.
Tu mia guida, tu mio signore,,
tu mio maestro”.
Così gli dissi; e quando si mosse, entrai nel cammino profondo e selvaggio.

mercoledì 17 ottobre 2012

Serie numerica 1


Recensione breve di "La storia di Iqbal"



DESCRIZIONE / INFORMAZIONE
Storia di Iqbal è un libro dello scrittore italiano Francesco D’Adamo, pubblicato la 1° volta nel 2009.
Il libro è un romanzo tratto da una storia vera, accaduta dal 1992 al 1995. Iqbal, il protagonista del racconto, è un ragazzino pakistano di dieci anni costretto insieme a dei suoi coetanei a fabbricare tappeti lavorando dodici ore al giorno per saldare i debiti delle loro famiglie. Purtroppo però lo stipendio è di 1 rupia (moneta pakistana) al giorno. Il ragazzino si ribella e dopo aver coinvolto i suoi piccoli colleghi, riesce a liberarli dalla schiavitù.
Una volta libero, entra nella “Fondazione contro il lavoro minorile” liberando molti altri bambini.
A tredici anni viene premiato a Stoccolma come ragazzino modello nel mondo e in seguito terrà un discorso a Boston.
Nel 1995 un gruppo di mafiosi lo uccide con cinque colpi di pistola perché aveva paura che creasse problemi alla criminalità organizzata, ma il piccolo eroe pakistano non è morto nel tempo, anzi la sua missione di abolire il lavoro minorile ancora oggi continua.

VALUTAZIONE / INTERPRETAZIONE
Beh, non posso negare che questo libro mi abbia preso il cuore (l’ho letto tutto in un giorno perché volevo sempre più vedere come andava a finire).
Infatti il ragazzino si era preso un impegno, e non l’ha mai dimenticato fino alla morte, ed addirittura qualcuno continua la sua missione ancora oggi.
Dal libro ho capito che Iqbal fu testardo e speranzoso nel compimento della sua missione tanto che sono sicuro che un giorno il lavoro minorile sparirà dalla faccia della Terra.
Dobbiamo anche considerare che a dieci anni ero come i miei compagni a scuola a studiare, a casa a giocare e avevo il conforto dei genitori; mentre in Pakistan come in molti altri paesi, i ragazzini sono costretti a lavorare a forza e con le minacce, ignoranti e senza i genitori. Infine qua in Europa noi ragazzini possiamo pensare al nostro futuro, mentre là la vita finisce a dieci anni.
Il romanzo lo consiglierei a coloro che non capiscono il significato della frase “volere è potere”.

Recensione di "Siddharta" (Herman Hesse)



“Siddharta” è un romanzo, o come lo definisce l’autore Hermann Hesse (1877-1962) “un poema indiano”, ambientato nell’India del VI secolo a.C..
Esso narra la storia di Siddharta, una persona in continua ricerca dell’ “Io interiore”. Tale indagine lo porterà a passare da un ceto sociale all’altro, da ricco a povero e da povero a ricco imparando sempre più cose fino a creare una visione tutta sua del mondo e della vita.

RIASSUNTO DEI CONTENUTI
Siddharta, figlio di un Brahmino, non è soddisfatto della dottrina impartitagli fin da piccolo perché essa non insegna a trovare l’Io interiore e perciò inizia un viaggio insieme all’inseparabile amico Govinda, il quale lo ha sempre stimato per la sua saggezza.
I due decidono di andare a vivere con i "Samana", uomini che vivono di poco, il cui scopo è immedesimarsi con tutto ciò che incontrano. Qualche anno dopo si sparge la voce  dell’arrivo di un uomo  soprannominato “Il Sublime”, “Il Perfetto”, oppure “Il Buddha” per la sua infinita saggezza e per aver raggiunto in sé la pace interiore. Govinda decide di aggregarsi alla sua setta, mentre Siddharta decide di proseguire per la sua via.  Giunge in una città, dove conosce la bella Kamala della quale si innamora seppur la dottrina di un Samana lo vieti, ma vuole stare con lei per cui abbandona i Samana.
Passano gli anni e Siddharta si è arricchito come  commerciante e fa la bella vita, ma capisce che in quell’ambiente non potrà mai conoscere completamente sé stesso, perciò scappa via, lasciando a sua insaputa Kamala con in grembo suo figlio.
Lungo il suo cammino Siddharta incontra Govinda, dal quale però si congeda dopo qualche minuto.
Giunto ad una capanna vicino al fiume, conosce il barcaiolo Vasudeva che gli insegna ad andare in barca ed ad ascoltare gli insegnamenti del fiume.
Intanto Kamala, aggregatasi alla setta del Buddha, va in pellegrinaggio ma lungo il suo cammino viene morsa da un serpente velenoso e casualmente giunge alla capanna di Vasudeva con il figlio Siddharta di undici anni. Purtroppo ella non supera la notte e il padre Siddharta cerca di recuperare il tempo perduto con suo figlio cercando di non fargli mancare nulla.
C’è un problema però: suo figlio è stato viziato fin dall’ infanzia e quindi ha un atteggiamento ribelle nei confronti del padre che disprezza per la vita troppo umile che conduce: infatti non passa molto tempo che il fanciullo scappa di casa.
In seguito anche il barcaiolo abbandona Siddharta perché desideroso di conoscere la foresta dopo anni passati al fiume.
Il libro si conclude con il dialogo tra Govinda e Siddharta, ormai vecchi, riguardante le loro filosofie di vita.

ANALISI
Il protagonista del romanzo è Siddharta, ragazzo indiano che muta in continuazione la sua condizione sociale: passa da ricco figlio di Brahmino a povero Samana, ridiventando poi ricco come commerciante e ritornando infine alla povertà come barcaiolo.
Interessante è la sua temperanza: difatti, nonostante i continui capricci del figlio e le rogne del suo maestro commerciante, non perde mai la calma e ribatte sempre con tono freddo.
Il suo amico d’infanzia è Govinda, un soggetto paragonabile ad una pecora che segue sempre il pastore che in questo caso è Siddharta.
Alla fine prende probabilmente la sua prima decisione seguendo la dottrina del Buddha.
Siddharta viene sedotto da Kamala, ricca e famosa prostituta della città.
Durante l’ultimo incontro amoroso con Siddharta ella rimane incinta del figlio di quest’ultimo e morirà proprio accanto al protagonista.
Kamala insegna a Siddharta l’arte dell’amore e sembra essere molto affascinata dalla saggezza di egli.
In città la ricchezza di Siddharta si deve a Kawasmani il quale gli insegna l’arte del commercio ed ad essere inflessibile con chiunque debba pagare.
Gotama, o anche detto “il Buddha”, è un Samana che contempla una propria dottrina. E’ famoso per la sua saggezza e i suoi modi di fare sono così tranquilli e ricchi di pace che interessano subito Siddharta.
Infine c’è Vasudeva, il barcaiolo che per anni ha contemplato il fiume e che giunto ormai alla fine della sua vita se ne va nella foresta.
Egli istruisce Siddharta a muoversi con la barca, lo ospita nella sua capanna e gli insegna ad ascoltare attentamente la musica del mondo che trasmette il fiume.
La vicenda è ambientata in India, ma il paesaggio formato dalle foreste, le città e i villaggi è stato sicuramente adattato alla storia.
La storia si articola probabilmente nel VI secolo a.C. per la presenza del Buddha, ma i problemi su cui ha meditato a lungo Siddharta esistono ancora oggi e quindi non possiamo basarci su di essi.
Il racconto si compone soprattutto di analisi riguardanti il paesaggio circostante e di monologhi interiori di Siddharta durante i quali egli riflette su qualsiasi cosa egli veda, senta o tocchi e sul viaggio per raggiungere il Nirvana. Sono assenti le prolessi, mentre le analessi vengono introdotte nei dialoghi con Kamala, il ritrovato amico Govinda e il barcaiolo Vasudeva. Compaiono anche delle ellissi: vengono infatti omessi gli eventi della vita da Samana del protagonista, la vita di Siddharta ospite di Kamala e il periodo che segue l’abbandono di Vasudeva e precede l’ultimo incontro con Govinda.
Il narratore è esterno, mentre la focalizzazione è zero poiché il narratore conosce tutti gli stati d’animo e le emozioni dei personaggi.
INTERPRETAZIONE
Il messaggio dell’autore è rivolto a tutti, a qualunque generazione: egli vuole insegnare, tramite il protagonista, che ognuno deve trovare la propria strada maturando il suo pensiero e non seguendo come un gregge una dottrina impartitagli da altrui. Alla fine l’autore spiega che la chiave per raggiungere la saggezza non è l’apprendimento, ma l’impegno nel scoprire l’Io interiore e quindi noi stessi.
Nel cuore del racconto il protagonista scopre anche che il suo modo di vedere il mondo era molto pessimista e chiuso, mentre si dovrebbe apprezzare ciò che ci viene offerto ogni istante nella nostra vita.

VALUTAZIONE PERSONALE
Il libro mi ha particolarmente toccato per il suo contenuto molto riflessivo.
Mi hanno molto colpito i pensieri così acuti, così profondi e così saggi di Siddharta, il quale credo sia un esempio per tutti noi: ha continuato a cercare senza mai accontentarsi.
L’ unica difficoltà è stata reggere il filo del discorso, in quanto la sintassi è molto articolata e il lessico ricercato.

Testo argomentativo "L'abbandono della FIAT al mercato italiano"


La FIAT sta progettando di chiudere gli stabili nei quali fino ad ora sono state prodotte le automobili al fine di imporsi nel mercato estero, una mossa intelligente che, secondo le previsioni, porterebbe grandi vantaggi da un punto di vista economico alla società torinese.
Infatti, secondo l’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne, la FIAT ha accumulato in Europa perdite da ben 700 milioni di euro, una lacuna considerevole causata dall’elevato costo della manodopera, che riesce a colmare, almeno in parte, grazie alle vendite nei paesi come Brasile e Canada, nei quali l’acquisizione di una consistente quota del pacchetto azionario della Chrysler (avvenuta nel giugno del 2011) ha portato notevoli vantaggi.
Oltretutto la situazione italiana non sembra evolversi in positivo, non solo dal punto di vista economico (si ricordi che il debito pubblico italiano è pari a poco meno del 100% del PIL e che lo spread è calato vertiginosamente solamente grazie all’acquisizione illimitata da parte della BCE di bund tedeschi), ma anche dal punto di vista di come approcciarsi ai problemi del lavoro: ogni giorno assistiamo a scioperi organizzati dalle organizzazioni sindacali, come la CGIL, la FIOM o l’UIL, volti a protestare contro i vertici aziendali la cui colpa è solo quella di produrre in un paese in cui la crisi economica è molto sentita. Lo stesso Marchionne ha dichiarato di aver più di 70 cause soltanto dalla FIOM. Inoltre, non lavorando, la gente perde lo stipendio di una giornata di lavoro, andando ad aggravare ancor più la sua situazione.
D’altro canto, si possono riscontrare anche degli aspetti negativi da questa interessante operazione, in particolare dall’aspetto sia economico che morale.
Nonostante nel Bel Paese la FIAT abbia subito perdite da 700 milioni di euro,  i ricavi provenienti dalla vendita di tali automobili è ancora oggi una parte non indifferente del PIL nazionale, ed un eventuale trasferimento all’estero comporterebbe un aggravarsi ulteriore della situazione delle casse dello stato.
Bisogna poi considerare la componente del lavoro, perché i dipendenti della FIAT, circa 80.000, sono un numero consistente almeno in Italia e dunque la chiusura delle fabbriche lascerebbe molta gente senza lavoro.
Dal mio punto vista però, il fatto che la società torinese decida di investire all’estero è del tutto naturale: il costo della manodopera in Europa è decisamente più elevato rispetto al resto del mondo, e perciò le aziende non investono più nelle catene di montaggio i cui prodotti sono destinati a un mercato di massa, ma allo sviluppo di tecnologie che non necessitino di macchinari costosi per costruirle. Al contrario, invece, nei paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) la manodopera costa meno e quindi sicuramente ospiteranno nel prossimo futuro gli stabilimenti per l’assemblaggio dei mezzi di trasporto.
Questa decisione però non è stata presa solo dai manager dalle aziende automobilistiche, ma anche da tutti gli altri imprenditori che hanno intenzione di stare al passo con il mondo e non di esservi sopraffatti. Per quanto riguarda invece il problema dell’economia italiana, è necessario precisare che il nostro paese negli anni ’70 era riuscito a distinguersi in positivo tra gli altri stati dell’Eurozona, ma è proprio qui che nascono tutti i nodi: gli altri paesi hanno investito sulla cultura e sulle nuove tecnologie, noi invece siamo rimasti ancorati al vecchio sistema, con il risultato che oggi siamo in netto svantaggio rispetto agli altri.
Le imprese si rinnovano perché è il mondo che necessita di un rinnovo.

Testo argomentativo "Le classi per soli immigrati"


Il mondo che ci si presenta oggi è una realtà multietnica, cioè caratterizzata dalla coesistenza di persone provenienti da angoli diversi del globo. Spesso l’integrazione degli immigrati nella società del paese che li ospita risulta assai difficile poiché essi si presentano con usi e costumi diversi dal modo di vivere della popolazione locale. In particolare ciò avviene nel contesto scolastico, nel quale il nuovo arrivato si sente talvolta emarginato e non riesce ad identificarsi come membro dei suoi coetanei. Tale condizione persiste col passare degli anni, e il bambino che prima era semplicemente escluso, ora è vittima di atti di razzismo e xenofobia.
L’idea che riecheggia nella mente di molti è quella di creare classi per soli immigrati, e quindi il problema che viene posto è se sia giusto tale provvedimento.
Oggi la multietnicità è un fattore socio-culturale che ha messo le proprie radici nella società contemporanea (si pensi che il 6,34% della popolazione italiana è composta da immigrati, in Canada è del 17% e in Australia del 24%) e sarebbe da ingenui pensare che la formazione di classi per soli stranieri sia la soluzione per far fronte ad atteggiamenti discriminanti. Anzi, la stessa idea è da considerarsi come una forma di discriminazione dato che si distinguerebbe, in base al colore della pelle, molti ragazzi che sono intelligenti tanto quanto i loro coetanei di diversa provenienza.
E’ giusto infatti che, nel caso del nostro paese, i ragazzi italiani possano confrontarsi con quelli originari di altre zone della Terra: il mondo oggi ci impone a comprendere altri modelli culturali diversi da quelli a cui siamo abituati sin dall’infanzia, soprattutto a causa di fenomeni come la globalizzazione e la stessa immigrazione. Viviamo a stretto contatto di esponenti di altre tradizioni, non accettarli corrisponderebbe a non accettare il XXI secolo.
D’altro canto alcuni sostengono il contrario, cioè che le classi per soli immigrati dovrebbero esistere già da subito.
Per esempio, la Lega Nord nel 2011 aveva proposto la formazione di “classi di inserimento” per studenti stranieri, al fine di prepararli per un test in cui sono posti quesiti riguardanti italiano, matematica e geografia (seppur la proposta sia passata alla Camera, non è stata mai messa in atto).
Questa proposta avrebbe potuto produrre conseguenze positive: infatti, attraverso un percorso adattato a lui, il bambino avrebbe appreso più velocemente la cultura, gli usi e le tradizioni, integrandosi in pochi anni in una società, o semplicemente il gruppo classe, che altrimenti avrebbe sentito estraneo a lui.
Tuttavia, non sarebbe corretto pensare che un ragazzo, sentendosi trattato differentemente dagli altri, amplifichi in sé stesso il desiderio verso una società che proprio perché lo considera diverso, lo tratta diversamente.
I motivi sono diversi, ma su questa strada si ritornerebbe alle leggi in vigore nella prima metà del ‘900: scuole, autobus e lavori solo per extracomunitari. Un fatto di cronaca di poca rilevanza, ma che può far riflettere: il 3 aprile del 2009 il giornale “La Repubblica” riporta le foto di ventiquattro autobus, tra l’altro in condizioni precarie, mobilitati solo per le persone nere nei pressi di Foggia. Sono inconcepibili tali azioni, perché non solo sono la prova inconfutabile del sentimento xenofobico ancora insito nella nostra natura europea, ma offendono l’intelligenza umana che nel terzo millennio avrebbe dovuto considerarle assurde.
Concludendo, io sono del parere che lo Stato non debba mobilitarsi allo scopo di realizzare dei programmi di studio adatti agli stranieri, ma smorzare questi sentimenti razzisti e investire in progetti come gli scambi interculturali, attraverso i quali gli studenti hanno la possibilità di viaggiare ampliando i propri orizzonti conoscitivi, e affiancare nelle scuole dell’infanzia insegnanti di sostegno seri in modo da favorire il fenomeno del multiculturalismo, termine che sta ad identificare una società dove più culture, anche molto differenti l'una dall'altra, convivono rispettandosi reciprocamente.

L'età comunale italiana



In Italia la letteratura si sviluppa più tardi rispetto alle altre realtà europee, attingendo dal patrimonio classico, latino, medievale e quello in lingue d’oc e d’oil.
I secoli XIII-XIV costituiscono un periodo unitario in Italia per quanto riguarda i modelli politici e letterari, e perciò e difficile distinguere un secolo dall’altro.
Già nell’XI secolo si ha chiaramente una divisione tra il nord e il sud della penisola, soprattutto per il fatto che nel settentrione si erano sviluppate varie città autonome, i Comuni, la cui vita economica era assai intensa grazie ai commerci, mentre erano rare nel Meridione caratterizzato dal particolarismo feudale, che vide dei segnali di crisi con Federico II di Svevia, e da strutture sociali statiche.
Al centro invece dominava lo Stato della Chiesa.
La morte di Federico II provoca una crisi del potere temporale in Germania e ciò consente ai Comuni di esercitare pienamente la propria autonomia, provocando però lo scontro tra città. Anche la Chiesa tenta di partecipare alle vicende di carattere politico, ma ai primi del Trecento inizia per lei un lungo periodo di crisi che culminerà nella cattività avignonese: questo avviene a causa dei movimenti ereticali nati dal basso che contestavano la corruzione tra i massimi ceti del clero: tra questi movimenti c’erano i Domenicani e i Francescani.
Nell’X secolo, i Comuni, governati da dei Consigli di cittadini influenti, si estendono sul territorio limitrofo, il contado. Gli scontri non avvenivano solo tra più città, ma anche all’interno delle stesse, dato che vi erano da un parte i fautori dell’Impero (Ghibellini), i quali sostenevano l’aristocrazia cittadina, e dall’altra quelli del Papato (Guelfi), sostenitori dei ceti borghesi: queste due fazioni nel ‘300 si scontreranno portando alla formazione delle Signorie. In seguito alle carestie, la crisi monetaria  e la peste bubbonica, vi alcune rivolte dei ceti popolari (tumulto dei Ciompi) che riuscirono a prendere il potere temporaneamente.
Come è già stato detto, nell’XI e specialmente nel XII secolo assistiamo all’ascesa della figura del mercante, il quale accumula un capitale per investirlo nell’acquisto di merci: è questa la principale differenza con il feudatario, perché quest’ultimo non si preoccupa di far fruttare le terre. Si arricchiscono anche i banchieri, i quali prestano denaro ai mercanti e ai sovrani stessi.
Otteniamo così agli inizi del Trecento un quadro sociale al cui vertici vi sono gli esponenti della vecchia nobiltà feudale e i borghesi, che cercano di ottenere una condizione pari a quella dei nobili.
Soprattutto Firenze conoscerà un considerevole inurbamento grazie all’afflusso di contadini che vedevano nelle città condizioni di vita migliori.
Volendo schematizzare la struttura sociale dell’epoca, si possono individuare i “magnati” (di origine nobiliare), “il popolo grasso” (ricchi ed influenti) e “il popolo minuto” (impegnati nei mestieri umili). Gli intellettuali si organizzavano nelle Arti, attraverso le quali si potrà accedere alle cariche del Comune. Infine vi erano i poveri, i lavori a giornata e, non meno importante, il clero. Questa società è caratterizzata dalla “mobilità”, cioè la possibilità di aspirare ad una casta di rango più elevato. Da ciò nasce la fiducia dell’uomo che può modellare la realtà secondo la propria volontà, senza distinzioni tra classi sociali: ne deriva la curiosità di esplorare il mondo e quindi di conoscere la realtà direttamente. L’uomo è più attaccato ai beni materiali, e la natura (passioni) è concepita come una forza sana e benefica da assecondare. Questa nuova mentalità si consoliderà solo con l’Umanesimo.
Si affermano in questo periodo anche i valori mercantili, che contrappongono alla liberalità, tipica di una classe fondata sul consumo, la masserizia, cioè l’attenzione all’utile (guadagno o profitto), l’interesse e il risparmio. Dopo una serie di lotte si era arrivati ad una sostanziale fusione dei due ceti: l’ideale della cortesia aveva affascinato i borghesi, che ne assimilano i principi e tentano di tradurli in realtà, e si comprende che l’accorta amministrazione del patrimonio non deve impedire la generosità disinteressata e che il vivere splendido e magnanimo non deve arrivare a compromettere il patrimonio. Questa visione del mondo, tipica del ceto mercantile, è in contrasto con quella della Chiesa che riteneva eretico il fatto di accumulare ricchezze. Si giunge ad un compromesso, in cui la Chiesa concede tali azioni al mercante in cambio di beneficenza e penitenze.