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giovedì 9 maggio 2013

Letteratura inglese - One day I wrote her name (tradotta e commentata in inglese)


Un giorno scrissi il suo nome sulla spiaggia;
ma giunsero le onde e lo cancellarono:
lo scrissi di nuovo una seconda volta,
ma giunse la marea, e rese vani i miei sforzi.
Uomo vano, disse lei, che cerchi invano,
di rendere immortale in questo modo una cosa mortale,
poiché io stessa perirò in questo modo,
e anche il mio nome verrà spazzato via in modo simile.
Non sarà così, (dissi io) lascia che le cose più umili periscano
e diventino polvere, ma tu continuerai a vivere grazie alla fama:
la mia poesia renderà eterne le tue rare virtù,
e scriverà nei cieli il tuo nome glorioso.
Dove mentre la morte sottometterà il mondo,
il nostro amore continuerà a vivere, e rigenererà altra vita.

In the first quatrain the poet is walking along the beach with his beloved. At some stage[1] he writes her name in the sand, but the waves wash it away. He writes it again but the tide wipes it away once more[2].
The second quatrain is spoken by the poet’s beloved. She reproaches/chides[3] him saying that he is wasting his time trying to immortalize a mere human. She says that as the sea has washed away her name, so her mortal body will decay one day, and also her name will be forgotten.
The third quatrain and the final couplet contain the poet’s rejoinder[4]. He answers that this will not happen: baser things will die/perish and will become dust, but she will continue to live through fame. He says that his poetry will eternize her rare virtues and will also write her name “in the heavens”, where their love will continue to live and will renew their life even after all other things have died.
In the quatrain the poet writes the name of his loved one in the sand, but the waves wash it away.
In the second quatrain his beloved uses his failure[5] to write her name in the sand without the tide’s washing it away[6] to chide him playfully[7] for his foolishness and vanity.
In the third quatrain, the poet, who is not rebuffed by her criticism, takes her words about her own mortality as an opportunity for his rejoinder[8]: she will continue to live by his verse[9] and her name will be written “in the heavens”.
In the concluding couplet he refers not to[10] his love for her, but to their love for each other.
Line 14 suggests that mutual love[11] is an immortalizing and regenerative power.
The word “name” is used three times in the poem, in line 1, 8 and 12. In line 1 it is used in its literal meaning; in line 8 it refers to the personality of the poet’s beloved and becomes a metaphor for the lady herself[12]; in line 12 it becomes an eternal inscription “in the heavens”.
The central theme of the poem is the immortality conferred by the poetry. This is a theme noted by several writers before Spencer, but here (in this sonnet) the lady herself comments[13] on it.
The rhyming scheme of the sonnet is abab abab bcbc cdcd ee. This interwoven rhyming scheme[14] was invented by Spencer himself. It’s a rhyming scheme which binds[15] together the three quatrains through a common[16] rhyme-sound. A rhyme-sound is carried over[17] from a quatrain to another: it gives unity to the quatrains and gives continuity to the musical flow[18] of the sonnet.
“strand”: Spencer probably refers to the beach at Younghal, near the town where his second wife (Elizabeth Boyle) lived, in County Cork in the south-east of Ireland. He probably walked along that beach together with Elizabeth on many occasions.



[1] Ad un certo punto
[2] daccapo
[3] rimprovera
[4] risposta
[5] fallimento
[6] “without” regge il gerundio. Without the tyde/tyde’s washing it away = Senza che la marea cancelli il suo nome
[7] giocosamente
[8] witty reply = risposta arguta
[9] verse = poetry = poesia
   line = verso
   a poem = una poesia (componimento)
[10] non si riferisce a
[11] amore reciproco
[12] and it becomes a metaphor for the lady herself = e diventa una metafora della signora stessa
[13] to make a comment = to comment
[14] Il regime di rima alternata
[15] lega insieme
[16] comune
[17] ripresa
[18] flusso musicale

giovedì 2 maggio 2013

Discoveries - Getting inside the mind of an astronaut


Astronauts headed for Mars would have to battle with side effects due to space travel, but scientists say mimicking conditions on Earth inside a spacecraft could be key to solving these problems. A mock spacecraft was built to simulate a real mission as closely as possible, with a communication delay with “ground control” and no natural light: so six volunteers remained in it for 520 days. Some tests showed that the crew members became more sedentary and four of them suffered disturbed sleep: so their activity levels dropped. Prof Mathias Basner says that astronauts must be helped to cope on a real mission to Mars, selecting the right crew. After Mars-500, were conducted others experiments connected to long-term space travel: for example in Gamma Breeze project with over 20 rhesus monkeys.

The Mars-500 mission was an attempt to simulate aspects of a mission to Mars such as the isolation, monotony and limited resources: they lived in a 550m3 volume, which bigger than a real spacecraft. One of the key psychological issues will be dislocation, because on a trip to Mars, at some point the Earth is going to be the size of a pin.
Radiation and microgravity, associated with muscle loss, bone loss and reduction in cardiovascular function, weren’t simulated.

Letteratura - Petrarca - Breve commento di "Chiare, fresche, dolci acque" (56 righe di metà foglio)


La canzone petrarchesca “Chiare fresche e dolci acque” è caratterizzata un topos fondamentale per la comprensione dell’autore: la memoria, attraverso cui viene rievocata Laura,  appartenente ad una dimensione fantastica e quindi estranea alla realtà (un ricordo, un sogno). La figura dell’amata assume perciò dei connotati puramente stilizzati, richiamanti le precedenti tradizioni cortese e stilnovistica (come in Erano i capei d’oro a l’aura sparsi, ove le vengono attribuite le espressioni “angelica forma”, “spirto celeste”, “vivo sole”…). Nonostante questi attributi, Laura rimane secondo il poeta aretino la causa del suo dissidio, poiché con il suo sguardo suscitò in lui la passione ardente che lo tormenta (vedi Era il giorno ch’al sol si scoloraro, che riprende la semantica militare della poetica cavalcantiana). Tuttavia la sua ossessione comporta anche dei vantaggi: trattasi di un’occasione per ritirarsi in solitudine e meditare sul proprio io. Da notare che Laura non coincide né con la donna cortese, né la Beatrice dantesca:se alla prima venivano dedicati componimenti per nobilitare il proprio animo, e se Beatrice era un mezzo dell’uomo per elevarsi a Dio, per Francesco l’amata è una  bella donna oggetto di desiderio puramente soggettivo e terreno, libero da qualunque aspetto trascendente.
Tornando al processo di stilizzazione, stesso discorso vale per il paesaggio, dipinto come un locus amaenus, un luogo idilliaco (“Chiare fresche e dolci acque”, “erba e fior”…) la cui descrizione non appare tuttavia puntigliosa, atta alla riproduzione di odori, suoni, sensazioni tattili come avverrà invece per Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio: l’atmosfera è appositamente rarefatta, incerta, trattandosi appunto del frutto della mente del poeta. La memoria, secondo Petrarca, permette di dare stabilità e consistenza alle cose, soggette alla fuga del tempo: infatti, se prima egli intendeva il passato come un momento in cui commise l’errore di innamorarsi di Laura, il futuro come la speranza nella liberazione dal dissidio e il raggiungimento della pace, e il presente definito entro la precarietà e l’insofferenza, in La vita fugge, e non si arresta un’ora egli accetta la dubbiosità della morte e condanna la sua esistenza all’angoscia. In posizione antitetica al sonetto appena citato si trova Se lamentar augelli, o verdi fronde, sonetto ove si descrive l’incontro di Laura con Petrarca in paesaggio che richiama quello di Chiare, fresche dolci acque (uno degli aspetti che permette di non definire il Canzoniere come un semplice raccoglimento di poesie slegate tra di loro).

mercoledì 1 maggio 2013

Letteratura italiana - Il pensiero politico di Dante Alighieri (saggio breve)


Volendo chiedere ad uno studente di identificare una figura chiave per l’Europa del Trecento, la sua mente andrebbe a pescare nomi di regnanti o papi: difficilmente sceglierebbe il personaggio di Dante Alighieri, famoso certamente per aver composto la Divina Commedia, ma meno considerato per il suo pensiero politico. Ebbene egli nelle sue opere, quali “De Monarchia” e la stessa Commedia, esprime un giudizio molto severo nei confronti di Firenze e stabilisce i canoni del regno perfetto e dei rapporti tra Impero e Chiesa.
Ma cosa ha portato il poeta ad elaborare queste sue idee, quali eventi lo hanno costretto a staccarsi dalla massa?
Dante vive a cavallo tra il XIII e XIV secolo, in un contesto sociale in cui la civiltà è estremamente legata alla città alla casa, alla famiglia e quindi radicata nel territorio natale: l’idea di “abitante del mondo” e subordinata al binomio individuo-cittadino che risulta perciò un caposaldo della mentalità dell’epoca.
Ne deriva che l’esilio, solitamente in seguito alla sconfitta in una guerra tra fazioni della stessa città, comportava la perdita non solo della dignità civile, ma anche individuale perché l’esclusione dalla vita cittadina aveva ripercussioni anche ultraterrene: infatti la sublimazione dell’umano e la sua trascendenza si configuravano anche come città celeste, ma la radiazione dalla comunità  non gli consentiva di raggiungere l’aldilà.
Dante stesso fu espulso da Firenze in seguito alla sconfitta dei Guelfi Bianchi da parte dei Neri, come riportato nel VI canto dal goloso Ciacco che spiega: <<… la parte selvaggia  caccerà l’altra. Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l’altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia>>, cioè che i Bianchi (parte selvaggia, perché provenienti dal contado) avrebbero temporaneamente sconfitto i Neri, ma quest’ultimi si sarebbero riscattati dopo tre anni con l’aiuto di Bonifacio VIII (= tal che testé piaggia).
Attraverso l’espressione del verso 73 <<Giusti son due>>, l’autore vuole far riferimento all’episodio biblico riguardante la salvezza di Sodoma, una città i cui abitanti avevano peccato più volte di empietà: Dio era intenzionato a raderla al suolo, ma Abramo si oppose e in cambio offrì pochi uomini giusti.  Anche a Firenze regna il male , la corruzione e la discordia poiché la giustizia viene trascurata.
Il poeta fiorentino tuttavia decide di ribellarsi a questi principi, a queste convinzioni, molto spesso in contraddizione tra loro, accusando d’iniquità i magistrati che lo avevano giudicato: si trasforma così in una vittima della giustizia, convertendo in tal modo la sua condizione di esiliato in un privilegio.
Segno evidente del suo distacco dalla città natale è l’introduzione dell’Epistola a Cangrande della Scala, che recita le parole <<Incipit Comedia Dantis Alagherii, florentini natione non moribus>>: significativa è la seconda parte, attraverso la quale Dante esprime tutta la sua disapprovazione nei confronti di una città che non lo accetta più.
Questa sua nuova consapevolezza lo portò a misurare la realtà non più da un punto di vista strettamente cittadino, e quindi limitato, ma al contrario discutendo della concezione universalistica del potere: secondo Dante, Impero e Papato sono come due linee parallele tirate all’infinito perché ognuno ha un fine indipendente dall’altro ma entrambi dettati dalla Provvidenza (definita “ineffabile”, ossia “indescrivibile”).
Ma quali caratteristiche deve avere il pontefice e quali il sovrano? Il primo deve svolgere il ruolo di “lume divino”, cioè colui atto a condurre, per mezzo delle dottrine rivelate, il genere umano verso la beatitudine della vita eterna consistente nella visione di Dio nel paradiso terrestre; il secondo invece deve essere sia un uomo di spada e advocatus (= difensore) del papa, sia una potenza intellettuale e filosofica per guidare i suoi sudditi verso la beatitudine nella vita terrena tale da permettere di vivere liberamente in pace e di sfruttare i propri talenti : la sua Monarchia dovrà essere universale e centrata in Italia, come l’antico Impero Romano che conquistò la quasi totalità del mondo allora conosciuto. Non è un caso che Dante apprezzi l’arrivo di Enrico VII in Italia e ne parli in tre delle sue Epistole latine: probabilmente il poeta lo considerava il “Veltro”, cioè colui che era destinato a riportare la pace in quel clima di caos scaturito dal conflitto tra potere temporale e spirituale.

Letteratura italiana - Petrarca - Solo e pensoso i più deserti campi (domande de "il piacere dei testi" pag 493)


1)      Il poeta percorre i campi più deserti per sfuggire ai luoghi in cui vi sia presenza umana, dato che non riesce più a mascherare il suo dissidio interiore causato dall’amore: persino i boschi, i fiumi e i monti sembrano avvertire il suo stato d’animo. Nonostante l’assidua ricerca, non riesce a trovare però alcuna strada nella quale Amore non lo segua.
2)      Lo scopo è conferire fluidità al componimento, che presenta delle pause solo ai versi 11, 13 e 14, presso i quali si delinea l’impossibilità di trovare uno scampo al tormento.
3)     
4)      “avampi” assume un significato negativo, ovvero quello di “consumare”.

Letteratura italiana - Petrarca - Movesi il vecchierel canuto e bianco (domande de "il piacere dei testi" pag 487-488)



1)      Si sposta il vecchietto con i capelli bianchi e il volto pallido e bianco
dal dolce luogo dove ha trascorso la sua vita
e dalla sua famiglia preoccupata
dal vedere l’amato padre allontanarsi;
quindi trascinando il vecchio fianco
per l’età
si aiuta, quanto può, con la sua buona volontà,
stanco per aver camminato.
E viene a Roma seguendo il desiderio
di contemplare l’immagine di Cristo
che spera poi di vedere anche in Paradiso.
Con la stessa ansia, purtroppo, io cerco,
o donna, un barlume della vostra bellezza,
quanto è possibile in altre donne.
Le due quartine e la prima terzina riguardano il primo termine di paragone (il vecchierel canuto e bianco), mentre la seconda terzina il secondo termine (Francesco Petrarca)
2)      La partenza dalla casa dove ha vissuto per gran parte della sua vita, è descritta nella prima quartina; nella seconda quartina è presentato il viaggio faticoso; infine nella prima terzina viene raccontato l’arrivo a Roma per pregare Cristo affinché possa raggiungere il Paradiso una volta morto.
3)      La Veronica è un’icona, conservata in San Pietro, raffigurante l’immagine di Gesù. La locuzione che la indica è “sembianza di colui”.
4)      L’undicesimo verso: “così, lasso, talor vo cercand’io”.
5)      Il fatto di essere secca e concisa deriva dal fatto che Petrarca è consapevole del fatto che il suo viaggio non sia ancora concluso: difatti pone come primo termine il “vecchierel”, dedicando al suo pellegrinaggio ampio respiro perché ormai la sua vita è in procinto di spegnersi.
6)      Entrambi intendono raggiungere un’entità, divina nel caso del vecchio e terrena nel caso di Petrarca, ma desiderano innanzi tutto assaggiarne un’immagine, la Veronica per uno, la somiglianza con le altre donne per l’altro.
Si riprende “quanto più po’” in “quanto più possibile” e “desio” in “disiata forma vera”.
7)      Il viaggio del  vecchierel è rivolto al raggiungimento della grazia divina, e quindi ancora legato al Medioevo; Petrarca invece cerca di raggiungere i piaceri mondani, una visione aperta al Rinascimento.
8)      Le sembianze di Dio non sono ravvisabili in molte realtà terrestri, ma solo nella reliquia conservata a San Pietro; l’immagine di Laura invece può intravvedersi in molte donne e non necessariamente una sola.
9)      “canuto e bianco”, “l’antiquo fianco”, “per l’estreme giornate di sua vita”, “s’aita”, “rotto dagli anni, e dal cammino stanco”.
10)  Si tratta di una sineddoche, figura retorica con la quale si indica la parte per il tutto. In questo caso “fianco” indica “il corpo”.
11)…
12) “vecchierel” e “famigliola”.