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giovedì 28 novembre 2013

Letteratura italiana - Contraddizioni e conflitti interiori nella personalità e nell'opera di Petrarca


Quando si tratta del celebre poeta fiorentino Francesco Petrarca, è inevitabile soffermarsi su quella che viene definita “crisi petrarchesca”, o anche “dissidio interiore”: questo tema ha difatti accompagnato tutta gran parte della produzione prosastica ed in versi dell’autore.
La domanda sorge spontanea: “Ma come nasce tale crisi?”.
Il termine deriva dal greco antico crisis che significa “decisione, scelta”: come spiega R. Amaturo in “La letteratura Italiana Storia e Testi”, all’origine del dissidio interiore vi sarebbero due fattori: innanzitutto la convinzione di potersi migliorare guardando ai beni terreni (Laura) e non a quelli spirituali, e in secondo luogo l’analisi della propria anima, dalla quale non è stato tuttavia ricavato un profitto, come era stato per il noto filosofo medievale Agostino, ma al contrario è stato riempito ancor più il suo bagaglio di interrogativi ed alimentata l’inquietudine in sé. Come riportato nel passo L’amore per Laura, la situazione degenera quando il rettilineo della sua vita sfocia in un incrocio ad Y, lettera che simboleggia, secondo la filosofia pitagorica, l’obbligo di scelta tra la via della virtù (destra) e quella dei piaceri terreni (sinistra).
In seguito si pentirà di aver scelto di percorrere la seconda: nel Secretum parla infatti del male che lo attanaglia, che lo stringe continuamente e lo descrive con le espressioni “notte d’inferno” ed “acerbissima notte”. Si sente coinvolto in una battaglia dove il nemico è la fortuna: Agostino ritiene che Petrarca risenta dei vecchi contrasti ogni volta che se ne presenta uno nuovo, cosicché la mala sorte riesca ad infliggere colpi così spesso da non permettere alle ferite di rimarginarsi. Tra i vecchi conflitti interiori che il poeta si trova costretto a trasportare come un macigno all’interno del proprio, ce n’è uno in particolare che rappresenta il nucleo centrale della propria produzione letteraria: l’amore per Laura, la quale avrebbe spinto il compositore fiorentino a mirare più in alto, sfidando sé stesso per raggiungere obiettivi più nobili. Tuttavia è Agostino a contraddire questa teoria, argomentando che chiunque sembri salvarci, ma allo stesso tempo ci conduca ad una brutta fine sia da evitare.
Ella ha contribuito solamente ad allontanarlo da Dio, facendogli amare il Creatore non come si conviene, ma in quanto artefice della sua amata. Il filosofo cristiano aggiunge inoltre che l’aver scelto lei come musa ispiratrice, sia dovuto soprattutto al fatto che il nome somigli a quello della pianta sacra ai poeti, il lauro.
Queste ipotesi sono frutto degli esami di coscienza tenutisi a Valchiusa, luogo in cui il poeta soleva oziare (per ozium si intende la “lontananza dal lavoro”) tra il 1342 e il 1353 ed ove furono composti il Secretum, il De vita solitaria, il De otio religioso, i Salmi penitenziali: queste analisi nel proprio “Io interiore” non contribuiranno tuttavia alla semplificazione dei quesiti personali, e per non si parlerà mai di una soluzione sul piano filosofico-morale, ma solo dal punto di vista della forma.
Petrarca rappresenta l’uomo del tardo Trecento, colui che tiene un piede nel Medioevo, ma allo stesso tempo è proiettato verso il nuovo secolo. Una parte di sé ritiene di poter amare lo spirito della propria donna incondizionatamente dal corpo, che nonostante l’aspetto fosse stato bigotto l’avrebbe scelta fra tutte; l’altra parte è quella più lucida, razionale, governata dal solo rispetto per le virtù, non a caso rappresentata da Agostino che gli apre gli occhi circa la sua cecità di fronte alla realtà dei fatti, ovvero che l’attrazione nei confronti dell’aspetto fisico lo ha guidato a lei, e che comunque non amò né l’animo né il corpo con sufficiente temperanza.
Padre del ciel, dopo i perduti giorni rappresenta la considerazione dell’amore secondo il pensiero petrarchesco maturo: l’amata non è vista nell’ottica stilnovistica come una creatura in grado di elevare lo spirito a Dio, come una presenza angelica che mette in comunicazione il mondo terreno con quello divino, ma al contrario viene considerata una distrazione dell’uomo nei confronti dei principi e delle virtù che le Sacre Scritture hanno tramandato. Ricompare difatti un verbo-chiave nelle opere dell’autore: “vaneggiando” (verso 2), richiamante l’espressione delle Ecclesiae “vanitas vanitatum et omnia vanitas” (vanità delle vanità e tutto è vanità). Le cose vane rappresentano il passato, tempo della debolezza e dell’errore, mentre il futuro rappresenta il momento del riscatto, della soluzione del dissidio (per questo motivo è difficile delinearne pure i contorni).
Questa continua oscillazione della volontà, tipica dell’uomo della crisi quale è il poeta fiorentino, influenza in modo particolare la tecnica di composizione delle opere. Prendiamo ad esempio Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono: la struttura chiastica del primo, la distanza che intercorre tra il vocativo “voi” (verso 1) e l’invocazione “spero trovar pietà” (verso 8) e la coordinazione per polisindeto contribuiscono alla costruzione di una struttura sintattica che riproduce il travagliato e doloroso percorso di psicanalisi nei confronti di sé stesso.

M. Santagata, in I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca, spiega come il dissidio interiore e la modalità di scrittura del Secretum siano estremamente collegati: innanzitutto, l’identificazione di Francesco Petrarca quale uomo della crisi tardo trecentesca, fa sì che il poeta si stenta “tirato” verso due direzioni opposte: quella dei piaceri mondani, la cui incarnazione è rasentata da lui stesso, e quella delle virtù spirituali rappresenta dai piaceri.