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domenica 9 febbraio 2014

Saggio breve - Ricostruire la città su basi green e hi-tech

Think Green (di Pagotto Alberto)
Nel 1972 il celebre autore Italo Calvino pubblicò Le città invisibili, nel cui Volume secondo si proponeva un fittizio dialogo tra Marco Polo e l’imperatore Kublai Khan: alla sentenziosa affermazione di quest’ultimo che tutta l’umanità scorra verso un abisso, l’esploratore replicò:  “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è l’inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Queste poche righe lasciano senz’altro trasparire un positivismo oserei dire “moderno”, una spinta all’ottimismo di cui purtroppo la società sente la mancanza ormai da tre - quattro anni, e che solo ora sta riaffiorando in forme certamente diverse da quelle evolutesi nel XX secolo.
Nessuno potrà negare il fatto che una delle molte sfaccettature offerteci dal cambiamento sia rappresentata dalla riorganizzazione urbanistica delle città, le quali sono oggi il centro di ogni innovazione ed il luogo di eccellenza per la creazione della ricchezza: come fa notare il progettista di fama internazionale Renzo Piano, alla presentazione del progetto per la riconfigurazione dei cinque ettari occupati precedentemente dagli stabilimenti Michelin a Trento, se negli anni ’70 la sfida era la preservazione del centro storico, ai giorni nostri ci si pone come meta la valorizzazione delle aree periferiche.
Questa visione (per utilizzare un termine dello stesso Piano) si accorda con la tesi esposta in Introduzione a Città sostenibile e sviluppo umano oggi da L. Fusco Girard, ovvero che una “buona società”, e quindi giusta o decente si realizzi nella città e nel territorio, attraverso l’opera dell’uomo: tuttavia, spiega l’autore, bisogna ragionare (citando Manzoni) ex professo, con cognizione di causa, notando come l’intento di dirigere l’aspetto urbanistico della città verso il tanto ambito “progresso” abbia comportato effetti collaterali quali l’inquinamento ambientale, la disoccupazione, la povertà e la violenza provocando un vero e proprio divario tra “città legale” e “città informale” (ad indicare i quartieri dimenticati dalle mappe, come se il mondo se ne vergognasse). La seconda si traduce nelle metropoli spesso in “slum”, cioè “baraccopoli” o “bassifondi”: basti pensare alla veduta dall’alto della capitale turca Istanbul. Sarebbe probabilmente “normale” osservare un passaggio graduale, come in una scala cromatica, dall’area ricca e quella povera, ma in questo caso sembrano esserci due colori complementari (ad esempio l’arancione e il blu): un’area lussuosa e una al limite del vivibile.
Le due tonalità suggeriscono  la possibile presenza di un equilibrio nel mezzo, ed ecco perché le parole d’ordine del primo decennio del terzo millennio non sono più “profitto” e “capitale”, ma “riqualificazione”, “ecosostenibilità” e “progresso hi-tech”, con la finalità di distribuire i benefici dello sviluppo globalizzato in modo equilibrato: le Nazioni Unite hanno a tal proposito stilato una serie di “best practices” significative per segnare la fine dell’affluent society, ovvero lo stile di vita e di consumo limitless.
Già molte città hanno seguito e interpretato tali dettami: l’esempio che merita senz’alcun dubbio di essere nominato e quello del distretto Hammarby Sjöstad, a Stoccolma, dove il 78% dei trasferimenti avviene con i mezzi pubblici (il ché rende l’automobile un reperto archeologico), la tripartizione cemento-acqua-verde vede quest’ultimo prevalere per il 55% e da tre anni si può bere l’acqua direttamente dal canale davanti al Municipio (un sogno non solo in Italia). Ma ciò che balza subito agli occhi è la politica del risparmio, interpretato però in chiave green economy: non si parla più della tanto agognata austerità, ma dell’investimento in strutture innovative che permettano di spendere meno e di mantenere un buon tenore di vita. Il city manager Erik Freudenthal mette in luce come ogni persona nella capitale consumi mediamente 200L di acqua corrente al giorno, mentre la gente della sua città quasi 100: il merito va ad un sistema di raccolta dell’acqua piovana, la quale viene usata per la toilette, e all’aggiunta di aria dei tubi di aria in modo da “gonfiare” il getto. Infine i cittadini sono obbligati a partecipare alle attività di quartiere, al fine di ridurre gli eventuali costi legati all’ingaggio di compagnie esterne.
Da questo punto di vista l’Italia, escluse alcune eccezioni rappresentate da Trento, Bolzano e Verona, non sembra competere con le maggiori nazioni europee: l’architetto olandese Winy Maas definisce infatti il Bel Paese come il territorio “con i più bei centri storici e il peggiore sprawl urbano (“insediamenti esterni ai centri urbani”, sovente caratterizzati da scarsa qualità dell’abitato) d’Europa.
Si sa però che qualsiasi decisione, qualsiasi provvedimento non troveranno mai l’unanimità: anche in questo caso non mancano gli scettici e le domande, lecite, del genere “Perché questa inversione di tendenza?” e spesso affermazioni come “Se il sistema vige da cinquant’anni, camperà altri cento. Non ha senso cambiare”.
Non sarebbe affatto male vivere alla Gordon Gekko, avido finanziere d’assalto disposto a tutto pur di ottenere un profitto (interpretato nel 1987 da Michael Douglas in Wall Street), o per restare nel realtà come Jordan Belfort, broker americano che nel 1988 guadagnò (illegalmente) 49 milioni di dollari. Oggi però i fantasmi degli anni ’80-’90 non esistono più, e la parola “economia” assume una sfumatura nuova: non è un arido conglomerato di numeri, ma la ricerca del compromesso tra valori e profitto. E’ il momento di smettere di parlare di “capitalismo senza limiti”, e di ragionare in termini di “capitalismo che guarda al sociale”: nasce l’uomo solidale, verso gli altri e nei confronti della natura stessa, e in tal senso è l’architettura made in Italy sostenuta dall’hi-tech a registrare i maggiori progressi. E il protagonista è proprio Renzo Piano, autore come già detto della ristrutturazione dell’area occupata fino a qualche anno fa dagli stabili Michelin. L’architetto evidenzia come il difficile non sia la ricerca dell’armonia edilizia da un punto di vista estetico, quanto della resa funzionale per i cittadini: lo scopo è costruire un quartiere che fin dal primo impatto urli “Green!”, reso possibile dall’impiego del legno, materiale nobile e rinnovabile (essendolo anche le foreste) e dallo sfruttamento dell’energia geotermica e solare, il cui dispendio moderato non deve essere una qualità morale, ma etica (imposto dalla natura stessa dell’uomo).
Più significativo da un punto di vista urbanistico è il grattacielo The Shark a Londra, progettato sempre dallo stesso architetto italiano, una sorta di piccola città con uffici, abitazioni, hotel, ristoranti, persino un giardino e un punto panoramico per complessivi 87 piani (secondo il progetto originale 72) che dal primo febbraio 2014 saranno abitati da 15mila persone: l’edificio è studiato per svilupparsi in verticale, col fine di non “rubare” area verde e al tempo stesso fornire alla gente un posto in cui vivere.
Nel 1971 John Lennon cantava: “I hope someday […] the world will live as one” (Imagine): la Terra spera nella solidarietà da parte degli uomini nei suoi confronti, ed è arrivato il momento di darle ascolto, di accordare il benessere personale con quello generale.

Steve Jobs diceva “Think different”, io dico “Think green”.