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sabato 27 settembre 2014

Latino - Seneca - Il saggio non rinuncia mai ad essere utile agli altri (traduzione + paradigmi)

Si praevalebit fortuna et praecidet agendi facultatem, non statim aversus inermisque fugiat, latebras quaerens, quasi ullus locus sit quo non possit fortuna persequi, sed parcius se inferat officiis et cum dilectu inveniat aliquid in quo utilis civitati sit. Militare non licet: honores petat. 3 – Privato vivendum est: sit orator. Silentium indictum est: tacita advocatione cives iuvet. Periculosum etiam ingressu forum est: in domibus, in spectaculis, in conviviis bonum contubernalem, fidelem amicum, temperantem convivam agat. Officia civis amisit: hominis exerceat. 4 - Ideo magno animo nos non unius urbis moenibus clusimus, sed in totius orbis commercium emisimus patriamque nobis mundum professi sumus, ut liceret latiorem virtuti campum dare. Praeclusum tibi tribunal est et rostris prohiberis aut comitiis: respice post te quantum latissimarum regionum pateat, quantum populorum; numquam ita tibi magna pars obstruetur ut non maior relinquatur. Si a prima te rei publicae parte 
fortuna summoverit, stes tamen et clamore iuves, et, si quis fauces oppresserit, stes tamen et silentio 
iuves. Nunquam inutilis est opera civis boni: auditus est visusque, vultu, nutu, obstinatione tacita 
incessuque ipso prodest. 

Se la sorte prevarrà e negherà la facoltà di agire, (il saggio) non fugga immediatamente voltato dalla parte opposta e inerme, cercando dei rifugi, quasi non ci sia alcun luogo in cui non possa essere perseguitato dalla fortuna, ma si offra più moderato nei doveri e trovi con discernimento qualcosa in cui sia utile alla città. Non gli è lecito prestare servizio militare: aspiri alle cariche pubbliche. Deve vivere privatamente: sia oratore. E’ intimato al silenzio: aiuti i cittadini con una assistenza silenziosa. E pericoloso entrare nel foro[1]: agisca nelle case, durante gli spettacoli, durante i banchetti da buon compagno, fedele amico, commensale moderato. Ha abbandonato i doveri di cittadino: eserciti (quelli) degli uomini. Perciò con grande animo non ci siamo rinchiusi entro le mura di una città, ma abbiamo aperto relazioni in tutto il globo e abbiamo dichiarato che la nostra patria è il mondo[2], affinché fosse lecito dare alla virtù uno spazio più vasto. Ti è precluso il tribunale e sei tenuto lontano dai rostri[3] o dai comizi: presta attenzione dietro di te quanto sia l’estensione[4] delle vastissime regioni e dei popoli. Giammai così la gran parte è costruita davanti a te, perché (una) non più grande rimanga indietro. Se la sorte ti allontanerà dalla parte più importante dello Stato, rimani fermo allora e giova con i gridi e, se qualcuno (ti) avrà chiuso la bocca, allora rimani fermo e giova col silenzio. Non è mai inutile l’opera di un buon cittadino: è ascoltato e guardato. E’ utile col volto, col cenno, con la silenziosa costanza e con lo stesso portamento.
Paradigmi
Praevaleo, es, valui, ēre
Praecido, is, cidi, cisum, ĕre
Fugio, is, fugi, fugitum, ĕre
Persequor, eris, secutus/sequutus sum, sequi
Peto, is, ivi, itum, ĕre
Indico, is, dixi, dictum, ĕre
Iuvo, as, iuvi, iutum, are
Ingredior, eris, gressus sum, gredi
Ago, is, egi, actum, ĕre
Exerceo, es, ercui, ercitum, ēre
Claudo, is, si, sum, ĕre
Profiteor, eris, fessus sum, ēri
Praecludo, is, clusi, clusum, ĕre
Respicio, is, spexi, spectum, ĕre
Pateo, es, patui, ēre
Obstruo, is, struxi, structum, ĕre
Submoveo, es, movi, motum, ēre
Prosum, prodes, profui, prodesse



[1] Il foro è pericoloso a entrarci
[2] la patria a noi è il mondo
[3] le tribune degli oratori
[4] pateat 

Latino - Seneca - Dio è con noi e in ogni aspetto della natura (traduzione + paradigmi)

Non sunt ad caelum elevandae manus nec exorandus aedituus ut nos ad aurem simulacri, quasi magis exaudiri possimus, admittat: prope est a te deus, tecum est, intus est. Ita dico, Lucili: sacer intra nos spiritus sedet, malorum bonorumque nostrorum observator et custos; hic prout a nobis tractatus est, ita nos ipse tractat. Bonus vero vir sine deo nemo est: an potest aliquis supra fortunam nisi ab illo adiutus exsurgere? Ille dat consilia magnifica et erecta. In unoquoque virorum bonorum [quis deus incertum est] habitat deus. Si tibi occurrerit vetustis arboribus et solitam altitudinem egressis frequens lucus et conspectum caeli ramorum aliorum alios protegentium summovens, illa proceritas silvae et secretum loci et admiratio umbrae in aperto tam densae atque continuae fidem tibi numinis faciet. Si quis specus saxis penitus exesis montem suspenderit, non manu factus, sed naturalibus causis in tantam laxitatem excavatus, animum tuum quadam religionis suspicione percutiet. Magnorum fluminum capita veneramur; coluntur aquarum calentium fontes, et stagna quaedam vel opacitas vel immensa altitudo sacravit. Si hominem videris interritum periculis, intactum cupiditatibus, inter adversa felicem, in mediis tempestatibus placidum, ex superiore loco homines videntem, ex aequo deos, non subibit te veneratio eius? non dices, 'ista res maior est altiorque quam ut credi similis huic in quo est corpusculo possit'? Vis isto divina descendit; animum excellentem, moderatum, omnia tamquam minora transeuntem, quidquid timemus optamusque ridentem, caelestis potentia agitat. Non potest res tanta sine adminiculo numinis stare

Le mani non devono essere innalzate verso il cielo e il custode d’un tempio non va supplicato affinché ci lasci andare verso[1] l’orecchio della statua, quasi potessimo essere uditi di più: il dio è vicino a te, è con te, è dentro (nell’animo). Così dico, oh Lucilio: un sacro spirito risiede dentro di noi, osservatore e custode dei nostri mali e (dei nostri) beni; questo a seconda di[2] come è trattato, così egli stesso ci tratta. Davvero il buon uomo non è[3] senza dio: o forse qualcuno può elevarsi sopra la sorte qualora non aiutato da quello? Quello dà magnifici e nobili consigli. In ciascuno degli uomini buoni dimora un dio. Se si imbatterà in te un luogo pieno di[4] vecchi alberi e che oltrepassano l’altezza solita, quell’altezza del bosco e la solitudine del luogo ti renderà fedele (lett. “farà fede a te”) della volontà divina. Se una grotta profonda di pietra corrosa, non fatta da mano (umana), ma scavata da cause naturali in tanta ampiezza, solleverà un monte, il tuo animo per senso di religioso timore sarà scosso fino ad un certo punto. Veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; sono onorate[5] le fonti delle acque calde, e si consacrano in certa misura le acque stagnanti o l’oscurità o l’immensa altitudine. Se tu vedessi una persona intrepida (dei pericoli), illesa dai desideri, felice tra le avversità, tranquillo in mezzo alle tempeste, che guarda gli uomini da un luogo superiore, gli dei da pari livello, non sarà egli sottoposto a venerazione da te? Non dirai: “C’è questa cosa maggiore e più alta perché possa essere ritenuta simile a questo corpicino in cui si trova?”. Non può esistere tanto[6] senza il sostegno dei numi (degli dei).
Paradigmi
Exoro, as, avi, atum, are
Exaudio, is, ivi, itum, ire
Sedeo, es, sedi, sessum, ēre
Exsurgo, is, surrexi, surrectum, ĕre
Adiuvo, as iuvi, iutum, are
Habito, as, avi, atum, are
Egredior, eris, gressus sum, gredi
Suspendo, is, pendi, pensum, ĕre
Exedo, is, edi, esum, ĕre
Percutio, is, cussi, cussum, ĕre
Veneror, aris, atus sum, ari
Colo, is, colui, cultum, ĕre
Subeo, is, ii, itum, ire



[1] admittat
[2] prout
[3] nemo es
[4] frequens
[5] coluntur
[6] tanta res

giovedì 18 settembre 2014

Letteratura - La poesia eternatrice di Foscolo (saggio breve)

ARGOMENTO: La funzione eternatrice della poesia per Foscolo


Niccolò (successivamente Ugo) Foscolo nasce nel 1778 a Zante (all’epoca Zacinto), un’isola del Mar Ionio posseduta dalla Repubblica di Venezia. Seppur italiano, egli crebbe in terra greca e fu allevato dalla madre altrettanto greca, mantenendo in tal modo un profondo legame con la cultura classica: non sorprende dunque che ancor oggi il ruolo rivestito dalla sua poesia (la quale vide i propri albori nell’Ellade) sia oggetto di studio.
La prima opera importante di Foscolo è un romanzo epistolare, le Ultime lettere a Jacopo Ortis (1802): la delusione storica, ovvero la consapevolezza del fallimento delle azioni rivoluzionarie patriottiche e dell’instaurarsi del regime napoleonico francese (che avrebbe dominato nel Nord Italia fino al 1815), porta il protagonista ad intravvedere nella morte l’unica via di fuga da una condizione di precarietà sia civile che spirituale. L’Ortis sembra dunque essere il manifesto del nichilismo preromantico (alcuni critici vi hanno visto un’anticipazione della dottrina filosofica di Friedrich Nietzsche), ma in realtà la conclusione dell’opera rappresenta un ponte per quello che sarà il capolavoro di Ugo, ovvero I Sepolcri: in questo componimento il poeta propone dei valori positivi che possano permettere di arginare gli ostacoli presentati dalla storia. Trattasi delle tombe, a cui vengono dedicate le prime tre parti del componimento, e la poesia, a cui viene dedicata la quarta parte.
Perché Foscolo sceglie di dedicare l’ultima parte dell’opera in versi all’attività artistica alla quale fin da giovane scelse di dedicarsi? Perché non soffermarsi esclusivamente sulle tombe (come anche il titolo suggerirebbe)? Ebbene è necessario prima di tutto analizzare le tre funzioni delle tombe: affettiva, civile e storica.
La prima consiste nel mantenere nella memoria dei vivi il ricordo di un loro caro ormai defunto, la seconda segnala i fondamenti della civiltà (viene esaltato lo splendore dell’età classica in confronto alla ferocia belluina dell’età primitiva), mentre la terza permette ai vivi di non dimenticare le gesta degli eroi del passato (tombe di Santa Croce) prendendoli ad esempio. Tutto ciò è però solo un’illusione perché, proprio come gli uomini, anche le tombe sono oggetti materiali soggetti al fluido trascorrere del tempo e saranno perciò spazzate via dalla crudele mano della storia.
Ecco perché Foscolo conferisce estrema importanza alla poesia, la quale è in grado di conservare in eterno il ricordo in particolare dei grandi che scrissero pagine di storia, sia vincitori che vinti. A tal proposito il poeta rievoca l’immagine di Omero, autore che nell’Iliade cantò sia le imprese dell’acheo Achille che del troiano Ettore. Foscolo raccoglie il testimone del compositore greco, proprio come scrive negli ultimi versi (85-96) dell’ode All’amica risanataEbbi in quel mar la culla, ivi era ignudo spirito di Faon la fanciulla, … sull’italia grave cetra derivo per te le corde eolie”: lo ritiene allo stesso tempo un onore e un dovere, per essere un poeta natio di un’isola greca sotto il controllo veneziano. Tali aspetti della poetica di Foscolo sono stati approfonditi da Nicolò Mineo (1934- ) in La letteratura italiana, Storia e testi, Il primo Ottocento, L’età napoleonica e il Risorgimento, vol. VII (Laterza, 1937), in cui scrive “… la bellezza muliebre … viene eternata dal canto dei poeti, che a quelle creature danno l’immortalità delle dee”.
Il tema della poesia eternatrice non fu proposto per la prima volta dal poeta di Zante: già il latino Orazio (65 a.C. – 27 a.C.) lo sviluppò in più di una sua opera, come ad esempio nel Discorso della Chioma di Berenice in cui scrive “E tu onor di pianti, Ettore, avrai … e lagrimato il sangue per la patria versato”. E’ tuttavia fondamentale in tale ambito il Carmina III, 30Ho compiuto un’opera memorabile più duratura del bronzo … Non tutto di me morrà, la mia grande parte non scenderà a Libitinia, e crescerò di gloria sempre nuova.”, il quale esprime in toto l’intenzione del poeta di Venosa di non concludere la propria esistenza per mezzo della morte materiale, ma di perpetrare la sua memoria con la poesia attraverso le generazioni avvenire.
Qual è dunque la differenza tra Foscolo e Orazio? Il primo si è limitato ad imitare il secondo, oppure lo ha emulato scegliendo dunque di far propri i versi dell’ode? In realtà vi sono differenze significative circa le due linee di pensiero: Orazio infatti faceva trasparire una vena di negatività nei confronti della poesia eternatrice, in quanto non andava a vantaggio di ogni essere umano, ma solo di coloro i quali avessero un poeta che ne celebri la memoria "… tutti gli illacrimati e ignoti sono oppressi da lunga notte, perché privi di un sacro vate". Lo scopo principale di Foscolo invece è un altro, come scrive Pietro Cataldi (1961- ) in Ugo Foscolo, Dei Sepolcri (1996): la poesia serve a risvegliare nel presente quei valori del passato che nel presente possano accendere la creazione di nuovi valori. E’ questo quindi che Foscolo stesso si prefigge, mirando al riscatto dell’Italia e soprattutto a un’utopica rinascita dei grandi valori etici e civili del passato classico e mitico.

Letteratura - Il Romanticismo (riassunto)

Il termine Romanticismo può designare sia il periodo storico che va dalla fine del Settecento fino alla metà dell’Ottocento, caratterizzato dall’opposizione tra diversi filoni artistico-letterari, sia un movimento che si concreta in gruppi intellettuali legati da principi comuni.
1.    GLI ASPETTI GENERALI DEL ROMANTICISMO EUROPEO
Durante tale arco temporale, in Europa si assistette a numerose trasformazioni.
La rivoluzione politica francese aveva dato voce alle idee di libertà ed uguaglianza in contrapposizione a quelle di autorità e gerarchia.
Ma soprattutto la rivoluzione economica aprì lo sviluppo del ceto borghese, divenuto potente grazie al calcolo e all’intraprendenza, e provocò una serie di cambiamenti radicali della vita quotidiana: infatti l’industrializzazione aveva introdotto una quantità di merci prima impensabile nel mercato, con la conseguente crisi del lavoro artigianale, mentre la diffusione della macchina a vapore permise la velocizzazione dei trasporti e rapporti più stretti tra i vari paesi del continente.
Se da un lato tutto ciò sembra aver migliorato la qualità media della vita, dall’altro la sensazione di impotenza nei confronti del nuovo sistema economico sfocia in un’insicurezza collettiva che investe anche la letteratura, la quale comincia a trattare tematiche negative quali la delusione, il mistero, l’orrore e la morte.
Muta anche la figura dell’intellettuale: se prima la condizione agiata gli permetteva di dedicarsi interamente all’attività letteraria, ora necessita di un’occupazione per provvedere al proprio sostentamento e guarda alla realtà con atteggiamento critico. In un mondo in cui ciò che conta è il profitto, l’attività artistica viene sottovalutata, tanto che l’opera è ritenuta semplicemente una merce di scambio: l’autore in genere accetta i meccanismi del mercato, ma interiormente si sente umiliato e offeso.
I due motivi dominanti nel Romanticismo sono il sogno e la follia, in quanto costituiscono i canali per entrare in contatto con l’irrazionale: ciò comporta un’attenzione per la psiche individuale (soggettivismo), dalla quale è originata l’intera realtà (elemento cardine della filosofia idealistica), e culti religiosi alternativi come il satanismo (in quest’ultimo caso si parla di Romanticismo “nero”).
Tuttavia l’intellettuale non raggiungerà mai una meta definita, ma sarà sempre mosso da un senso di inquietudine (Sehnsucht = “male del desiderio”) tradotta in un desiderio di fuga sia spaziale (verso luoghi lontani e indefiniti), che temporale (Medio Evo, Grecia antica …): uno dei miti preferiti dai Romantici è la età primitiva, quando l’uomo era ancora spontaneo e ingenuo.
Oltre che della cosiddetta “malattia romantica” (prevalere di tematiche negative), si è parlato anche di Romanticismo positivo, ovvero l’esaltazione del concetto di nazione intesa come lo “spirito del popolo” che compendia in sé il patrimonio culturale di un gruppo esteso di individui, e del senso della storia intesa come fase di un processo in cui ogni momento è indispensabile (al contrario di quanto sostenevano gli Illuministi). La critica moderna ha rivalutato il Romanticismo negativo, ritenendolo il risultato della percezione del mutamento dell’assetto socioeconomico.
Da un punto di vista prettamente politico, l’intellettuale sceglie di assumere una posizione liberale, favorevole alla rivoluzione per raggiungere l’uguaglianza, oppure reazionaria, favorevole ad un sistema feudale gerarchizzato.

2.    L’ITALIA: STRUTTURE POLITICHE, ECONOMICHE E SOCIALI DELL’ETA’   RISORGIMENTALE
I moti insurrezionali del ‘20-21 e ’30-31 organizzati dalle società segrete fallirono come anche i tentativi di coinvolgimento popolare da parte della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini.
Nel 1848 Carlo Alberto mosse guerra contro l’Austria, che all’epoca controllava il Lombardo-Veneto, dando inizio alla Prima guerra d’Indipendenza, ma venne sconfitto e costretto ad abdicare a favore di Vittorio Emanuele II: dietro la direzione del primo ministro piemontese Camillo Benso di Cavour, egli avviò una serie di riforme atte al miglioramento del Regno sabaudo. Strinse inoltre un’alleanza con Napoleone III, il quale lo affiancò nel 1859 nella Seconda guerra d’Indipendenza, conclusasi con l’annessione della Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna, Marche e Umbria (le ultime quattro grazie a dei plebisciti). Nel 1860 Giuseppe Garibaldi conquistò con un esercito di volontari, i Mille, la Sicilia e risalì la penisola in direzione Roma, ma essendo quest’ultima protetta dalla Francia (con cui la Sardegna era alleata), il re torinese scese lo Stivale fino a raggiungere Garibaldi a Teano. Il 17 marzo 1861 nacque il Regno d’Italia, il cui governo fu presieduto fino al 1876 dalla Destra Storica, e poi dalla Sinistra.
Nel 1866, grazie all’intervento della Prussia, venne vinta la Terza guerra d’Indipendenza con la quale venne annesso il Veneto. Nel 1870, in seguito alla dissoluzione dell’Impero francese, l’Italia poté conquistare lo Stato pontificio.
Dal 1815 al 1861 le leggi protezionistiche avevano ostacolato la libera circolazione delle merci, la censura aveva impedito la diffusione di idee e l’industria non era tanto sviluppata quanto negli altri paesi europei: queste furono solo tre delle molte cause dell’arretratezza civile, culturale ed economica.
Non si poteva ancora parlare di una classe borghese moderna, ciononostante l’aristocrazia progressista non viveva più come in passato di rendite passive, ma partecipava attivamente allo sviluppo del paese alleandosi con i ceti medi produttivi (imprenditori e commercianti): essi si identificavano con le idee di “libertà”, “progresso” e “civiltà” e ritenevano che il passato glorioso dell’Italia costituisse l’elemento unificante all’interno della nascente borghesia italiana.
Dall’idea di nazione erano tuttavia esclusi i ceti popolari: essendo ancora lontana la rivoluzione industriale, non si poteva parlare di “classe operaia” e con ”quarto stato” si intendevano i contadini che provenivano dalle campagne e vivevano in condizioni di miseria e analfabetismo. Subivano l’influenza unicamente della Chiesa, e fu soprattutto per questo motivo che il Risorgimento fu un fenomeno borghese e non popolare.
3.    LE IDEOLOGIE
E’ possibile riassumere le ideologie dominanti durante il Risorgimento in due grandi gruppi:
·         il liberalismo, caratterizzato dal rifiuto per l’azione violenta e sostenitore di un’iniziativa da parte dei sovrani italiani per creare una federazione di stati al cui capo vi sarebbe stata un’élite di nobili e borghesi, gli unici in grado di gestire la cosa pubblica. Trovò l’adesione di molti cattolici, come Manzoni, i quali ritenevano che i valori religiosi potessero concordare con i principi moderni di libertà e progresso civile. Altri invece ritenevano che Stato e Chiesa dovessero rimanere nettamente separati (visione laica), come ad esempio Cavour.
·         la tendenza democratica portata avanti da Giuseppe Mazzini, il quale puntava sull’iniziativa popolare per creare un’Italia repubblicana, unitaria, a suffragio universale e costruita sulla collaborazione tra i vari strati sociali. Un’altra visione era quella di Carlo Cattaneo, il quale propugnava l’idea di una repubblica federale di base statunitense.
Comune ad entrambi gli orientamenti era la progressiva elevazione delle masse popolari attraverso un’educazione intellettuale e morale.
Essendo gli scrittori immersi nel processo sociale, il loro orientamento politico venne proiettato nelle loro opere: il polo moderato manteneva comunque un forza di attrazione maggiore grazie anche alla presenza di Alessandro Manzoni, ripreso anche da autori democratici come Ippolito Nievo.
4. LE ISTITUZIONI CULTURALI
A differenza dei decenni precedenti in cui i centri attorno a cui ruotava la vita culturale erano la corte e l’accademia, durante l’Ottocento le nuove realtà di riferimento sono:
·         l’editoria, sviluppatasi in particolare a Milano, che assume la fisionomia di un’impresa capitalistica in cui l’editore decide quali libri stampare per ricavarne un profitto. Il suo sviluppo fu accelerato ulteriormente dall’utilizzo della macchina a vapore, che permise di stampare più libri a costi inferiori, favorendo  così l’istruzione dei ceti medi. Tuttavia la frammentazione politica italiana certo non ne aiutò la diffusione e permetteva di non rispettare il diritto d’autore concesso dal governo allo stampatore (bastava stampare il documento in un altro paese della penisola);
·         il giornalismo, sviluppatosi in seguito alla crescente domanda di fogli politici, cronaca, letterari e scientifici. Ne fu un esempio Il Conciliatore, diffusore delle teorie letterarie innovatrici. Nel secondo Ottocento il giornale avrà un maggior peso sociale, perché sarà in grado di influenzare l’opinione pubblica.
5. GLI INTELLETTUALI: FISIONOMIA E RUOLO SOCIALE
Se durante il periodo napoleonico il regime aveva investito nella figura dell’intellettuale cortigiano per creare consensi (ad esempio Vincenzo Monti), nella prima metà dell’Ottocento la maggioranza degli scrittori italiani non è in grado di vivere dei proventi ricavati dalla vendita delle proprie opere dato l’insufficiente sviluppo del mercato librario, e dunque vive di rendita se nobile, oppure se borghese affianca l’attività letteraria al proprio mestiere. Ora il letterario è più indipendente dal potere, e ne subisce dunque il condizionamento in minor misura.
Se in Europa l’intellettuale manifesta il Senhsucht e si sente privo di un ruolo sociale, in Italia molti autori sono impegnati nelle società segrete, partecipano alle insurrezioni e diffondono attraverso le loro opere i valori nazionali. Nella penisola del primo Ottocento i temi dominanti sono l’aderenza al vero e ai principi della ragione, l’impegno per il progresso civile, sociale ed economico, accompagnando così l’azione risorgimentale; le tematiche irrazionalistiche tipiche del Nord Europa (Goethe) si diffonderanno successivamente col Decadentismo.
Non si può parlare di un punto di rottura tra Illuminismo e Romanticismo (basti notare che il Conciliatore riprende in più punti Il Caffè), ma è necessario considerare che il secondo rivaluta il ruolo della storia e il pubblico a cui si rivolge non è più nobile, ma borghese.
6. IL PUBBLICO
Da elitario il pubblico diviene “di massa”, ovvero comprende tutti coloro che si accostano ad un libro per puro piacere (ne sono esclusi, secondo Giovanni Berchet, gli aristocratici e i membri del quarto stato[1]). Il pubblico comincia ad esercitare un potente condizionamento sull’attività dello scrittore, il quale deve soddisfare i gusti del periodo per avere popolarità e guadagni. A tal proposito prendono il posto delle opere classiche generi quali il romanzo, la novella, la ballata e la poesia che fa leva sul sentimentalismo. La letteratura “popolare” vagheggiata dai romantici fa da precursore alla letteratura “di consumo” rivolta al vasto pubblico.
7. LINGUA LETTERARIA E LINGUA DELL’USO COMUNE
L’Italia dei primi anni del XIX secolo ereditava la mancanza di una lingua comune a livello quotidiano (la letteratura già da anni preferiva il fiorentino trecentesco), a causa dello scarso livello di alfabetizzazione e del policentrismo politico. L’unificazione napoleonica del Nord Italia e il sorgere del sentimento nazionale avevano contribuito alla diffusione della necessità di una lingua italiana. Già nei secoli passati erano sorte più volte delle questioni della lingua, ma sempre in ambito letterario e mai sociale: questo problema fu impostato dal gruppo dei romantici lombardi, dei quali faceva parte anche Alessandro Manzoni. Egli individuò nel fiorentino ottocentesco la nuova lingua italiana, in quanto parlato correntemente e strettamente affine alla lingua letteraria tradizionale. Per questo i Promessi sposi del 1848 viene considerato il primo romanzo in lingua italiana. Tuttavia l’unificazione linguistica avverrà solamente negli anni ’60 del Novecento con la diffusione dell’istruzione di base: fino a quel momento il popolo continuerà ad utilizzare il dialetto locale per comunicare, rimanendo così escluso dai dibattiti intellettuali dell’epoca.



[1] analfabeta